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Endurance = Resistenza

Quelli che corrono in montagna io non li ho mai capiti. In città l’idea di correre è anche quella di allontanarsi dallo smog, dal caos, dal proprio giardino per andare fuori, non importa fuori da cosa, comunque fuori.

Ma in montagna, che fuori ci sei già perché andare di fretta? Perché scappare dalla bellezza delle cime come se ti rincorresse un lupo? Abbiamo fatto tanta fatica per promuovere il turismo lento, lo slow food, e invece niente, via in 3000 corridori su e già per i picchi alpini, il più veloce vince.
E’ proprio vero che siamo pieni di contraddizioni.

Il sottotitolo di questo libro mi ha lasciata sinceramente perplessa ma infondo è il motivo per cui ho deciso di leggerlo per inserirlo qui. Citava: “Fatiche e facezie di uno che il Tor des Géants non lo voleva proprio fare”.

Ora se io proprio non voglio mettermi una forchetta nell’occhio e diventare cieca per sempre, difficilmente mi metto nelle condizioni di infilzarmi da sola, ma mi sono detta che forse c’erano delle motivazioni dietro a questo sottotitolo. Un obbligo? Un’ imposizione?

Niente di tutto ciò. Ma facciamo qualche passo indietro.

Il TOR de Geants è una gara di corsa con partenza e arrivo a Courmayeur per un totale di 330 km e 24.000 metri di dislivello positivo. Se come me, avete già le bombole di ossigeno nello zaino a sentire 24.000 m di dislivello, questa gara non fa per voi. Per me no di certo. In un’altra vita forse quando nascerò Iron Man.

L’autore, corridore per passione e giornalista sportivo per professione, decide di iscriversi a questa competizione con l’idea di fermarsi alla seconda grande tappa della gara e di commentare il suo TOR via Twitter. Quando però arriva a Cogne si sente ancora stranamente bene e decide di continuare fino a che le forze glielo consentiranno.

Nessuna costrizione quindi, nessuna imposizione dall’alto, il nostro corridore fa tutto da solo.
Bisogna dire che non stiamo parlando di un atleta improvvisato, anzi, ma di un amatore estremamente determinato già abituato alle corse in montagna e alle lunghe percorrenze.
E’ un libro piacevole che si legge volentieri e senza dubbio il fatto che lo scrittore sia anche un giornalista rende tutto scorrevole. L’unica cosa tortuosa è il continuo salire e scendere per le montagne a cui si sottopone Macchiavelli notte/giorno per ben 128 ore, 27 minuti e 37 secondi.

Mia nonna avrebbe detto che errare è umano e perseverare è diabolico.

Tuttavia quando hai sotto i piedi solo montagna e sopra la testa solo cielo anche la fatica riscatta punti paradiso!

 

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Post ferie, cavalcare il vento è quello che serve

Avevo messo una cover su Facebook con scritto “I libri non vanno in vacanza. Io vado in vacanza con i libri.” E ci sono andata.
Non ho letto quando forse avrei voluto, ma ho dormito molto più di quanto mi aspettassi e quindi ben venga il sonno ristoratore.

Ricomincio a recensire con un libro da annoverare nella sezione pensieri di corsaper ridarmi la carica in previsione di un lunedì che già mi fa tremare.
Se vi state chiedendo se ho dato seguito alla mia promessa di un allenamento alla settimana,la risposta vi giunga spontanea immaginandomi spiaggiata al sole.
Comunque ho faticato a fianco di Javier Buendia, il giovane protagonista di questa bella storia; un 17 enne Tarahumara, una tribù messicana famosa in tutto il mondo per la sua attitudine alla corsa su lunghe distanze.
I ragazzi Indio infatti, per entrare nell’età adulta devono partecipare al rarahipa, una gara che prevede di calciare una palla lungo i canyon del Barranca fino a quando rimane un unico concorrente, che viene proclamato vincitore.
La gara si prolunga per ore e solo i più determinati sopravvivono allo sforzo prolungato.
Anche per Javier arriva il momento di confrontarsi con questa competizione, che si capirà ben presto è molto più di una gara, è una tradizione millenaria che gli scorre nei piedi a farlo andare avanti.

Per Javier al termine del rarahipa, arriva una sfida più grande, quella con la vita.

La morte del padre per mano dei narcotrafficanti, lo porterà a varcare i confini del Messico per far conoscere al mondo la piaga del suo popolo. Come? Ovviamente tramite la corsa.

Javier, allenato da un gringo americano, arriverà clandestino negli USA per affrontare la Western States Endurance Run, la gara di corsa più dura del mondo.
Il finale non è per nulla scontato.

Il ragazzo che cavalcava il vento è molto di più di un libro sulla corsa, è una boccata d’aria fresca, un allenamento continuo non solo per il fisico sottoposto ad uno sforzo estremo, ma soprattutto per la mente.
Si respira la fatica ma anche la voglia di riscatto che trapela ad ogni passo. La corsa non è una corsa è molto molto di più.

Devi farti stregare dal fascino delle ore che passano mentre avanzi un passo dopo l’altro, lasciando che i pensieri vaghino liberi dalle preoccupazioni quotidiane. Per correre a lungo bisogna amare la corsa.

 

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