Diciamo subito che se metti sullo stesso scaffale Shantaram e I pilastri della terra devi quanto meno assicurarti che sotto non ci sia un vaso di cristallo.

  • La prima difficoltà reale è tenerlo in mano e leggere la pagina sinistra senza schiacciarsi una mano sotto il peso delle parte destra.
  • La seconda è che se avete intenzione di leggere questo libro in un periodo in cui andate in giro con una pochette, è meglio cambiare i vostri piani e dotarvi di uno zaino o una borsa dal fondo largo…oppure optare per la versione digitale.

Superate queste facezie non rimane altro che immergersi nella lettura e strappare un immaginario biglietto per l’India, perché quello che accade è un’immersione totale nella Bombay degli anni ’80.

La storia in breve

Robert viene condannato a 19 anni di reclusione per alcune rapine commesse quando era tossicodipendente ma due anni dopo evade dal carcere di massima sicurezza australiano. Per la maggior parte del periodo di latitanza, vive a Bombay, precisamente negli slum dove organizza una clinica medica per i popoli delle baraccopoli e impara a convivere e conoscere la cultura indiana . Qui incontriamo alcuni dei personaggi principali: il buon Prabacker tipico indiano di Bombay iper servizievole e sorridente che purtroppo vediamo morire di una morte orrenda quando oramai ci eravamo completamente affezionati a lui e Carla, croce e delizia per tutto il volume. Ma veniamo anche  in contatto con una realtà poverissima,  quella degli invisibili, la casta dimenticata dove manca tutto: cibo, pulizia, medicine, ma c’è molto cuore ed è impossibile rimanere indifferenti.

Robert ad un certo punto subisce una vendetta dalla maîtresse di Bombay e viene rinchiuso in carcere dove uscirà solo grazie a un capo mafia che diventerà il suo mentore, ma non prima di aver ricevuto pestaggi da parte delle autorità e aver pensato al suicidio per una situazione apparentemente senza scampo. Robert inizierà a lavorare per lui immischiandosi in molti scontri tra gangs locali. L’ultima parte del libro è dedicata al viaggio in Afganistan per il contrabbando delle armi da fuoco dove morirà Khader Kan. La fine del libro coincide anche con l’esame di coscienza di Robert che decide di tornare in India a vivere una vita onesta trasformarsi davvero in Shantaram che in indiano vuol dire “uomo di pace”.

Il fatto che la storia sia realmente accaduta inevitabilmente fa si che il lettore si appassioni ancora di più

alla vicende che legge, sentire tutti i pugni sulle costole sulla propria pelle e chiedersi ad un certo punto sopravviverà? Impossibile non commuoversi al capezzale di Prabacker trafitto da un palo.
Non si può non patteggiare per i “cattivi”, perché è un libro di “cattivi”. Quelli solo cattivi contrabbandano armi e falsificano passaporti, quelli molto cattivi ammazzano la gente. Diciamo che personaggi legali non ce ne sono. Robert è un fuggitivo, un tossico, ma è anche una vittima che si lecca le ferite e prova a ricostruire se stesso nell’arco delle 1177 pagine del libro.
Robert viene catturato realmente in Germania e rimandato in Australia dove sconta la pena rimanente e decide di mettere nero su bianco la sua storia più o meno romanzata. Diciamo con un sorriso sulle labbra, che Shantaram è senza dubbio l’emblema di un lavoro socialmente utile.

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