Felice Benuzzi nel 1941 è funzionario coloniale italiano ad Adis Abbeba, quando la città viene conquistata dai britannici e lui è catturato e inviato in un campo di concentramento alle pendici del Monte Kenia.

Dopo un lunghissimo periodo di nullafacenza, una mattina scorge tra le nuvole le guglie della famosa montagna e gli viene un’idea che cambierà per sempre la sua e la vita di due altri suoi compagni: fuggire, scalare il monte, issare la bandiera italiana e rientrare al campo, in due settimane.
I membri della spedizione iniziano i preparativi della fuga recuperando tutte le informazioni possibili da articoli, riviste e persino dalla latta della carne in scatola con il profilo della vetta.

Per ricavare gli strumenti indispensabili all’arrampicata vengono impiegati per lo più scarti per ottenere: chiodi, corda, zaini da montagna e ramponi.
Le provviste vengono comprate barattandole con i prigionieri e razionate per la durata totale di 14 giorni.

Il giorno prefissato i tre assegnano al tenente in comando un biglietto con le loro intenzioni e  fuggono dal campo, direzione: Monte Kenia.

Qui si apre l’avventura in un territorio inesplorato e selvatico, ma è soprattutto l’inesattezza delle informazioni in loro possesso che si rivelerà fatale, i nostri infatti arriveranno “solo” a scaldare la Punta Lenana dove isseranno la bandiera portata al petto e lasceranno un biglietto in una bottiglia a memoria perenne.
Tornati al campo e festeggiati dai compagni si consegnano per scontare la punizione di isolamento di 28 giorni. Ma l’impresa è storia.
Quella scalata è piena di valori: l’ingegno, il riscatto, la lucidità di compiere un’impresa tornando, dopo, al punto di partenza consci che ogni scelta porta con sé delle conseguenze.

Mi sento molto patriottica, ma non possono non provare orgoglio per quella bandiera lassù. Per chi ha risposto a quel richiamo delle vette così chiaro, e una volta in cima ha avuto il coraggio di guardare i compagni e dire: ‘Beh dai, ce l’abbiamo fatta! Torniamo in prigione.’

 

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