E niente… è imperdibile

Ho letto diverse recensioni prima di prendere in considerazione di leggere il libro di Michelle Obama. Quella cha mi ha convinto di più è quella di Valeria Palermi di D- la Repubblica:

Previsione facile facile: lo leggerete. Perché “Becoming” sarà il libro dell’autunno, e non solo in Italia: ovunque.

Non avevo mai letto una biografia prima, le ho anche sempre considerate un auto celebrazione un po’ ostentata, tuttavia se sei la prima donna di colore ad essere la First Lady per due mandati di un presidente nero, qualcosa avrai da dire.
Più di qualcosa in verità, a partire dal fatto lampante che sono 502 pagine.
La storia di Michelle Obama parte da lontano, dal South Side di Chicago in un quartiere popolare dove ha vissuto con la sua famiglia, senza possedere una casa di proprietà sopra l’appartamento dei vecchi zii.
Una ragazza sveglia, con un senso pratico estremamente spiccato e una domanda assillante che ritorna in tutte le fasi della sua vita: sarò brava abbastanza?

La risposta è sì. E’ brava abbastanza da rientrare in un programma privilegiato per studenti meritevoli, da andare al Princeton College prima, poi ad Harvard e accedere ad una delle Università di Legge più prestigiose di tutto il paese che conseguentemente danno accesso ad un prestigioso studio legale ai piani alti di Chicago.

Barack Obama fa la sua comparsa a metà del libro, in ritardo davanti alla scrivania di Michelle nello studio legale dove è atteso per fare il suo praticantato. Michelle è il suo tutor, il suo riferimento e quella con 3 anni di esperienza, lui una matricola ancora all’Università.

La storia che non conosciamo 

Il libro, oltre ad essere molto divertente, scorre molto veloce e getta una luce per me assolutamente sconosciuta su molti aspetti della vita presidenziale a cui non avevo mai pensato.

Che Michelle Obama fosse diversa dallo stereotipo delle First Lady sorriso/ammicco/stringo mani, era lampante, ma personalmente ignoravo completamente la sua storia: il fatto che fosse una donna in carriera, con un futuro avviato di tutto rispetto e una delle donne migliori nel suo percorso accademico.
Non ci sono mai, per fortuna, aspetti da Amici o c’è Posta per te: la ragazza povera ma intelligente che sposa il Presidente. Affatto.
La Famiglia Robinson, non è ricca ma non è povera. E non c’è mai per tutto il libro una sola inflessione che possa rassomigliare a “se solo avessi potuto”, “non ce lo potevamo permettere”. Per fortuna, perché il libro sarebbe piombato senza colpo ferire dall’originalità al becero.

Mai, e lo ridico perché secondo me è un concetto chiave per apprezzare il volume, c’è una tonalità di vittimismo. E stiamo parlando di una bambina prima e donna dopo nera, appartenente ad un ceto medio basso di minoranza etnica, che ha accesso negli anni ’70-’80 ad un livello di istruzione riservata al 90% a ragazzi bianchi.

La conclusione

Michelle Obama, qualunque sia il suo spessore politico è l’esempio di una donna che con le sue capacità è arrivata in alto. Senza tirarsi indietro.

L’arrivo alla Casa Bianca, gli 8 anni come First Lady arricchiscono il libro di spaccati insoliti e fuori dal comune di una famiglia che si trova improvvisamente sotto i riflettori di tutto il mondo, che non può guardare fuori dalla finestra e che per uscire sul balcone deve far sgomberare e bloccare un’intera strada.
C’è anche molto di più, il senso di responsabilità della nazione più potente del mondo, le gaffe epiche con la Regina d’Inghilterra e una soddisfazione di fondo che deriva dalla capacità di investire tempo e risorse in uno scopo in cui si crede con convinzione.

Non ho il metro di valutazione per giudicare l’operato del Presidente degli Stati Uniti, ma volendo guardare oltre, ho scoperto attraverso le pagine una donna forte, emancipata, testarda senza paura di esserlo.

Probabilmente è vero quanto afferma Io Donna in concomitanza alla pubblicazione del libro:

L’attesissimo memoir dell’ex first lady USA è già un fenomeno, ancora prima di essere in libreria.

Assolutamente da leggere.

 

Prezzo: EUR 21,25
Da: EUR 25,00

Alte aspettative, sonore risate

Avevo delle aspettative molto alte nei confronti di questo libro, essenzialmente per due motivi:

  1. E’ il 50 libro che leggo dall’8 gennaio 2018, volevo festeggiare
  2. Con un titolo così…

Le risate sono garantite dall’inizio alla fine, battute sottili e non troppo, si alternano con vere nozioni su autori e opere.
Un libro davvero divertente, forse, ogni tanto un po’ forzato, ma chi non avrebbe paura di esagerare davanti a mostri sacri come Manzoni, Leopardi, Marquez…

Le illustrazioni che accompagnano ogni capitolo originali, per niente scontate completano perfettamente lo stile del testo.
Lo definirei senza dubbio un libro giovane, pensato per tutti ma in particolare per gli adolescenti sui banchi di scuola, e perché no per trasmettere loro la voglia di leggere anche attraverso l’ilarità.

Attenzione a non prendere per buono tutto quello che c’è scritto, o finirete per credere davvero che Il pescatore di “Il vecchio e il mare” si trasformi in Van Damme per strangolare a mani nude degli squali o che i “Promessi Sposi” sia la rivolta di un gruppo di invitati che decidono di far saltare un matrimonio in piena estate…

E’ un libro scritto a 4 mani da due nativi digitali, Francesco Dominelli e Alessandro Locatelli, grandi appassionati di libri, cinema, storia e soprattutto di Facebook, hanno fondato nel 2014 la pagina Se i social network fossero sempre esistiti che conta oltre 1 milione e 300 mila iscritti.

Un vero successo che riunisce follower da tutta Italia e una missione non indifferente: di avvicinare anche gli scettici al mondo dei grandi classici!

 

 

 

 

 

 

Primavera fatti avanti

Aprile non può che essere incantevole, sopratutto in Italia se vieni da Londra, come le protagoniste del romanzo, dove normalmente piove e fa freddo come a novembre.

Il profumo dei fiori esce dal libro, insieme alla primavera, all’amore e alla scoperta di un paradiso terrestre che ironia della sorte si chiama San Salvatore, di nome e nei fatti visto l’effetto benefico che elargisce ai suoi abitanti.

La storia

Mrs Wilkins è una signora timida, riservata che come le donne del suo tempo, parliamo degli anni ’20 è sottomessa al marito. Per lui manda avanti la casa, gestisce la spesa con parsimonia e rigore e tutte le faccende. Da parte sua Mr Wilkins è ogni giorno più convinto di aver sposato una donna inetta, poco intelligente a cui passa un tanto mensile per le spese quotidiane e per se stessa.

Un giorno, al Club letterario la donna fa la conoscenza di Mrs Arbuthnot, una signora se possibile ancora più austera e religiosa.
Le due, loro malgrado, condividono un sogno riposto in un annuncio appena uscito sul giornale del Club: fuggire da Londra per un mese in un castello in Italia, lontano da tutto soprattutto dai loro mariti.

Le due estranee si trovano ben presto a condividere lo stesso ardore di fuggire, ma le spese sono alte e devono ricorrere per pagare l’affitto di San Salvatore ad altre due donne: la bellissima Lady Caroline, figlia della nobiltà inglese e l’anziana e vittoriana Mrs Fisher poco incline a qualunque dimostrazione di affetto nei confronti del mondo.

La partenza

Le quattro donne, riescono a programmare la loro partenza raccontando mezze verità ai rispettivi mariti con il desiderio di ritagliarsi finalmente un periodo di isolamento personale, in quello che sembra essere un paradiso in terra.

E’ il primo aprile quando inizia la vacanza a San Salvatore. Di nome e di fatto perché le 4 donne non solo impareranno a convivere con le loro paure e i loro limiti ma sarà anche l’occasione per rivalutare tutta la loro storia personale, la loro vita familiare e prima di tutto quella coniugale.

Le donne alla fine si sa, la sanno lunga su tante cose e in quanto a padronanza di se, e riscatto non sono seconde a nessuno.

E’ un libro primaverile, che toglie da addosso il freddo dell’autunno con tanta voglia di novità, colori e fiori sul balcone.

Il finale, ammetto un po’ scontato o meglio prevedibile, ma questo non toglie la freschezza di questo racconto uscito per la prima volta nel 1922. Immagino la faccia della critica di allora davanti a questo testo, il primo commento deve essere stato sicuramente di irriverenza nei confronti della società di allora.

Forse anche per questo vale davvero la pena una lettura.

Invece bisognerebbe continuare (con dignità, naturalmente) a cambiare, per quanto vecchi si diventi. Non aveva niente contro il cambiamento, il maturare ulteriormente, finché si era vivi non si era morti, ovvio – perché cambiare e maturare sono, appunto, la vita.

 

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Vivo, emozionante, educativo.

La guerra è un tema affascinante, c’è poco da dire. Per quelli come me che non l’hanno vissuta se non indirettamente rimarrà sempre difficile rispondere alla domanda, come si viveva durante il conflitto mondiale?

La speranza è di non trovarci mai a rispondere a questo quesito, ma limitarci a rispolverare i cassetti della memoria annebbiata dei nonni. Eppure c’è un che di affascinante nella vita di coloro che hanno vissuto la guerra in prima persona.

E’ così nella mia concezione e anche in quella di questo bellissimo romanzo Settembre può aspettare.

La trama

Rebecca è una studentessa giunta quasi al termine del suo dottorato universitario.
La sua tesi è dedicata a Emily Parker, un astro nascente della letteratura inglese nel periodo della seconda guerra mondiale, scomparsa nel nulla l’8 maggio 1955 durante la parata dei festeggiamenti del decimo anniversario della conclusione del conflitto bellico.
Le sue ricerche la portano a Londra, ad indagare come un vero Sherlock Holmes i motivi di questa sparizione così sospetta.

L’esperienza londinese non sarà solo l’occasione per indagare la vita di Emily Parker ma anche il momento di fare chiarezza sulla propria esistenza.

Le coincidenze non esistono, le cose succedono sempre per un motivo, anche se non hai la minima idea di come il caso intrecci i giunchi a formare le proprie reti.

Un libro bellissimo che si leggere facilmente tanto ci si prende a cuore l’ avventura di Rebecca di riscoperta del passato.
Allo stesso tempo un libro educativo che mette in mostra i retroscena di una guerra che a posteriori ha lasciato grandi danni non solo fisici ma soprattutto emotivi, sensibili.

Non il classico romanzo che pretende di insegnare, piuttosto un volume che fa emergere la fragilità umana in un’epoca davvero poco lontana da noi e per certi versi irraggiungibile:

[…] Ascoltandolo, ripensai a nonno Francisco, e riflettei che avevo davanti un uomo di un altro mondo. Un mondo fatto di guerra, miseria, farabutti e dei che stava per scivolare nel tubo di scarico della Storia.

 

Grazie a Il Libraio per avermi fatto scoprire questo libro.

 

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Tra miti, leggende, Dei dell’Olimpo e talloni fallati

Chi ha chiuso la porta delle Scuole Medie più di 15 anni fa, forse ha un ricordo un po’ annebbiato di quella materia che si chiamava Epica.
Il poema epico: è un componimento letterario che narra le gesta di eroi o di un popolo, attraverso il quale si tramandavano le origini di una civiltà.

Per farla breve, Epica era quella lezione che iniziava imparando a memora i primi versi dell’Iliade:

Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei […]

Storie delle Storia del Mondo

E’ un libro che rientra nella categoria per ragazzi, ma lo trovo adattissimo a qualunque età.
Con il pretesto di raccontare ai due figli una storia, la mamma narra all’attenta prole le gesta dei famosi eroi greci a partire dal re Laomedonte fino al cavallo di Troia, facendo la conoscenza di Achille, Enea, Patroclo, Ettore, Menelao, Ulisse ed Elena.

Senza dubbio è un volume educativo che ha il pregio di riassumere la Storia e farla apprezzare al grande pubblico senza infarcirla di termini complessi e disorientanti.

Oggi probabilmente su qualunque canale YouTube si potrebbe trovare l’Iliade o l’Odissea spiegata in 5 minuti che con bellissimi disegni a progressione rapida mettono a confronto tutti i personaggi epici, ma leggere ha sempre il suo fascino e tornare indietro e poi rileggere e poi ripetete e tornare indietro chiedendosi per l’ennesima volta di chi fosse figlio Paride ha quel sapore antico che ha il suo perché.

Ho visto diverse recensioni di mamme che hanno letto questo libro ai figli di 6 o 7 anni o addirittura più piccoli; un modo sicuramente utile di trasmettere un argomento che i ragazzi troveranno a scuola e per dargli un’infarinatura tutt’altro che noiosa di uno dei temi più belli che incontreranno nel loro percorso di studi.

E allora con qualche reminiscenza scolastica vale la pena di salutare qualche personaggio come Ettore, che a me è sempre stato simpatico perché si chiamava come il mio benzinaio, che saluta Andromaca prima di abbracciare il suo triste destino:

Raccolse al terminar di questi accenti
L’elmo dal suolo il generoso Ettorre,        
E muta alla magion la via riprese
L’amata donna, riguardando indietro,
E amaramente lagrimando. Giunta
Agli ettorei palagi, ivi raccolte
Trovò le ancelle, e le commosse al pianto.   
Ploravan tutte l’ancor vivo Ettorre
Nella casa d’Ettór le dolorose,
Rivederlo più mai non si sperando
Reduce dalla pugna, e dalle fiere
Mani scampato de’ robusti Achei. 

faccio il pieno??

 

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Un ragazzo selvaggio, un’ isola tutta per sé e gli ormoni in crescita.

Elsa Morante ci racconta la storia di un ragazzo che all’inizio del libro è poco più che un bambino: Arturo Gerace.

Figlio dell’italo germanico Wilhelm e di mamma procidiana che morirà dandolo alla luce. Arturo passerà gran parte della sua infanzia e adolescenza da solo con sporadiche apparizioni del padre sempre in viaggio.

Avendo a disposizione un’isola intera come parco giochi e nessuno a imporre dei limiti, Arturo cresce in maniera selvaggia: senza orari, senza un confronto con un coetaneo, ma pieno di desideri di esplorare il mondo e di combattere come uno dei personaggi dei suoi libri per arrivare ad accompagnare suo padre, idolo indiscusso ai suoi occhi.

La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui è l’assoluto regnante! Egli era sempre di passaggio, sempre di partenza; ma nei brevi intervalli che trascorreva a Procida, io lo seguivo come un cane.

La situazione muta quando Wilhelm porta in casa la giovane Nunziatella, neo sposa.

Arturo è geloso delle attenzioni che il padre dedica alla moglie e se da un lato ripudia la donna, dall’altro inizia a sentire un’attenzione mai sviluppata per altro essere umano, femmina per giunta!

Il bambino delle prime pagine è ormai un adolescente che si trova a condividere, suo malgrado, la vita con la donna ormai incinta e senza il supporto del padre che prolunga le sue assenze.

All’arrivo del fratellastro però cambia radicalmente il suo rapporto con la matrigna.
Terrorizzato dal dolore del parto di quest’ultima, una volta fuori pericolo le confesserà tutto il suo amore non di madre adottiva, ma di donna di poco più grande di lui.

Anche il rapporto con il padre muta completamente fino a farne emergere la vera natura priva dei filtri della giovinezza che mettono in chiaro il vero personaggio.

E mi parve, adesso, una cosa stregata, questa realtà: che due testimoni, pure sconosciuti fra loro, e opposti, e remoti, si trovassero d’accordo su un’opinione che io, invece, mi accanivo tuttora a trattare come eresia.
– Tu – gridai,- non capisci niente, di mio padre!

Il linguaggio magistralmente adoperato rende la lettura estremamente piacevole, è impegnativo e personalmente a tratti un po’ pesante ma credo sia innegabile la bellezza dell’esposizione. E’ uno di quei libri che anche se non capisci niente vai avanti a leggere perché le parole stanno bene insieme.

E’ un viaggio difficile quello raccontato che abbiamo attraversato tutti, in modi differenti, per diventare adulti, prima di prendere il largo.

Ormai sapevo, con risolutezza estrema, che queste erano le ultime ore che passavo sull’isola; e che, il primo passo che avrei fatto oltre la soglia della mia camera, sarebbe stato andarmene via. Per ciò, forse, mi ostinavo a rimanere chiuso nella mia camera: per rimandare, almeno di qualche ora, quel passo irrimediabile e minaccioso!

 

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Toscana con sorpresa.

Ho iniziato a leggere questa serie di libri dall’ultimo uscito: A bocce ferme, il motivo non lo so nemmeno io, per simpatia credo. A Bologna ho sentito spesso dire dopo una litigata furibonda tra soggetti che a bocce ferme, cioè dopo che era passata la rabbia, la ragione aveva preso il sopravvento. Mi sembrava piacevole revocare il capoluogo emiliano con tre parole che me lo ricordavano molto.

Peccato che Bologna non sia mai nominata, e le storie, tutte, si svolgano a Pineta, provincia di Pistoia e i protagonisti siano toscani 100%.
Poco male visto che il giallo in questione mi è piaciuto così tanto che ne ho letti altri 3 in due giorni:

  • La briscola in cinque
  • La battaglia navale
  • Il telefono senza fili

Massimo Viviani è laureato in matematica. Professione barista.
Complice anche la sua attività, si trova sempre a contatto con il pubblico e con le vicende che si snodano a Pineta, in particolare con gli omicidi.

Ogni libro infatti narra un delitto che si svolge in paese e che vede nei panni di investigatore non solo Massimo, ma un quartetto di ottuagenari che condividono con lui quotidianamente il BarLume.
Il linguaggio tipico toscano da un tocco di genuinità in più a tutto il racconto rendendolo, nel caso ce ne fosse bisogno, ancora più divertente e coinvolgente.
Intelligenti, a tratti irriverenti, originali e ben orchestrati i romanzi non stancano mai e viene quasi naturale finirne uno e iniziarne subito un altro senza soluzione di continuità.

I tratti distintivi dei personaggi fanno in modo che anche il lettore si affezioni e in un attimo eccoci tutti seduti al BarLume a guardare dagli sgabelli alti del bancone i 4 vecchi Sherlock Holmes e Massimo a servire la risoluzione del caso alla polizia.

Massimo Viviani entra a pieno titolo tra i miei personaggi preferiti a cui fare un saluto di tanto in tanto per andare a vedere che aria tira in paese.

E’ uscita una serie televisiva, edita da Sky, ma non ho ancora avuto voglia di vederla per non togliermi il gusto della fantasia nell’immaginarmi i protagonisti.

Consigliatissimi sotto l’ombrellone e perché no anche durante le fredde giornate d’inverno per rintanarsi un po’ al bar tra amici di vecchia data.

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Insolito, ma non meno attraente.

Gianrico Carofiglio non ci racconta dell’avvocato Guerrieri, e neanche di un caso giudiziario. Ma non per questo il soggetto è meno interessante e la storia meno coinvolgente.

Antonio è un ragazzo torinese figlio di genitori separati, entrambi brillanti nei loro impieghi, il padre matematico preciso e brillante, la madre insegnante di filosofia.
A 12 anni, gli viene diagnosticata una forma di epilessia che lo costringe a vivere come in una bolla: niente più calcio, niente sudate, niente bibite gassate, niente che possa scatenare “episodi”.

Fino a quando il padre scopre a Marsiglia un luminare che accetta di visitare il ragazzo a cui raccomanda di vivere una vita del tutto normale con la promessa di rivedersi l’anno successivo per valutare i miglioramenti e sottoporlo ad un ultimo test, il più importante: rimanere sveglio per 3 giorni di fila.

Se il test viene superato anche la malattia può considerarsi tale.

A un anno di distanza il ragazzo e il padre con cui ha sempre avuto un rapporto conflittuale, partono per Marsiglia.
Il viaggio si rivela una vera e propria scoperta reciproca nel rapporto padre/figlio giorno dopo giorno, avventura dopo avventura.
Il linguaggio è sobrio, tenero, d’effetto in linea con la storia.

Credo che rappresenti molto bene la realtà di molti genitori: i figli che non parlano, i muri di gomma dell’educazione, lo scontro adolescenziale. Però getta anche un barlume di speranza a non mollare a cercare a discapito dei musi lunghi e dei “non ne ho voglia” un punto di incontro di dialogo in cui scoprirsi molto più simili, molto più familiari.

Ci sono occasioni in cui occorre parlare e non bisogna dare nulla per scontato. Poi ci sono occasioni in cui, invece, devi rimanere in silenzio perché nell’aria c’è qualcosa d’impalpabile e prezioso, e le tue parole potrebbero disperderlo in un istante.

 

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Romantiche di tutto il mondo unitevi

Sei un tipo romantico, che al primo abbozzo di giornata grigia e struggimenti sentimentali sfoghi i tuoi malumori guardando: Nottingh Hill, Se scappi ti sposo, Two Week Notice? Allora questo libro fa al caso tuo.

Rivolto al 90% al pubblico femminile, è un libro per le innamorate croniche, quelle cresciute con i film di Hollywood per cui anche un amore impossibile diventa reale, per cui il Prince azzurro bello e inarrivabile si materializza ai nostri piedi, gli opposti molto opposti si attraggono e come nelle favole più belle tutti vissero felici e contenti.
Che ci volete fare, lo sappiamo che nella realtà non succede, ma ci caschiamo sempre.

Jennifer, eccellente avvocato fiscalista di una delle maggiori banche d’Inghilterra si trova a lavorare  con il suo più peggior collega Ian, un economista brillante nonché blasonato aristocratico richiestissimo da tutte le donne in età da marito.
Superati i primi aspri conflitti, tra i due nasce un amore calamita messo a dura prova dalle famiglie di entrambi: integralisti nobili da un lato, accaniti vegani e protettori di cause civili dall’altra.

Il libro è uscito nel 2012, e ricorda molto The Proposal,

il film con Sandra Bullok e Ryan Reynolds del 2009, altro capostipite immancabile nella lista dei miei 5 film da occhi a cuoricino nelle serata under pressure – affetto cercasi.
Scorre veloce e diciamocelo si intuisce dove va a parare fin da pagina 10, però ecco, anche quando guardi Julia Robert al secondo 5 di Pretty Woman sai che Richard Gere cadrà ai suoi piedi però 463,4 milioni di dollari di incasso non si fanno per caso.

D’altronde come diceva Sartre: Lo sai, mettersi ad amare qualcuno è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa.

Ma poi, come dicevo ci caschiamo tutte… dal precipizio? Forse anche.

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Storia di un’insolita pastorella milanese nei prati della demenza senile.

Chiara, alias Heidi, è una ragazza di 35 anni milanese che lavora nella mondo della tv. Nello specifico è una Casting Director, ovvero fa provini per programmi televisivi.

Di norma si tratta di depressi ad alto funzionamento che cercano solo di sfuggire al proprio destino esibendosi davanti a una telecamera. 
Una volta, per curare certe patologie si andava dal medico.
Ora si va in televisione.

Nel mondo frenetico del milanese lavoratore h24 non c’è spazio per altro che per il lavoro: si esce di casa col buio, si rientra con il buio, in mezzo solo lavoro.
A peggiorare la situazione c’è il capo, lo Yeti:

appena arrivato, all’inizio dell’anno il primo atto distensivo è stato quello di calpestare ogni progetto culturale in lavorazione, orientare i programmi sul trash demotivando autori, disgregando i gruppi lavoro, licenziando gente e scavalcando cadaveri.

Complice anche una ristrutturazione aziendale che minaccia licenziamenti ingiustificati quotidiani, la sopportazione è al limite. Ed ecco che arriva la botta finale: la chiamata dall’ospizio.
il padre di Chiara, affetto da demenza senile, lancia oggetti sul personale infermieristico, l’ospite non è più gradito nella struttura. Ovvero: se lo venga a prendere che sono affari suoi.

Heidi ciao! Ed eccoci giunti al punto: mio padre non mi chiama con il mio nome di battesimo da anni. A volte sono Barbara, la sua assistente storica al <<Corriere>>.
Più di frequente, invece, mi chiama Heidi.

Così inizia il calvario del reclutamento delle badanti costantemente inadatte, e l’arrivo come un faro nella notte di Thomas, alias Peter a risollevare la situazione medico-domestico-affettiva.
Nel momento lavorativo peggiore, quando tutti i dipendenti saranno chiamati a proporre format innovativi per risollevare le sorti aziendali, la nuova realtà in cui si trova a vivere Chiara sarà la chiave di volta per uscire dall’impasse. Il tutto farcito da caprette, pascoli di montagna e non manca la Signorina Rottermeier.

E’ un libro divertentissimo, originale, pieno di colpi di scena, sarcastico e allo stesso tempo educativo e profondo anche quando i dialoghi sono a colpi di battute. Ha la capacità di toccare una tematica attualissima senza appesantire, senza stancare.
E’ uscito il 14 giugno, quindi è “appena munto”, ma personalmente credo che senza fatica scavallerà le cime.

 

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Immediato sì, ma per nulla banale.

Avevo già segnalato il libro di Fabio Volo nella lista dei libri da leggere in vacanza , è la prima volta che leggo qualcosa di suo. Non so perché non mi aveva mai attirato, pensavo di essere fuori target, credevo che scrivesse storie tipo Tre metri sopra al cielo, adatto ad un pubblico sbarbi a cui io non appartengo più.
Poi a Natale mia cognata ha ricevuto il suo ultimo libro in regalo e mi ha fatto una critica molto positiva e per nulla adolescenziale dei suoi romanzi. Così mi sono decisa.

La storia è quella di Gabriele, 39 enne in carriera nel mondo della pubblicità che si innamora di una ragazza sposata, Silvia.
Gabriele non ha legami fissi, non è in cerca di una famiglia, né della stabilità. Silvia invece è spostata da anni con un figlio piccolo, una vita spesa per la famiglia e tanti sacrifici, prima di tutto quello della carriera come pianista.

Ho alzato lo sguardo e lei era lì, una delle cose più belle che abbia mai visto in tutta la mia vita. In quell’istante, ho avvertito una vertigine.
Non era una bellezza assoluta, immediata, abbagliante, era il mio tipo di bellezza.

Ecco: si conoscono così, su una panchina davanti ad un gelato. E la passione li travolge entrambi nello sconcerto di Lui, che scopre per la prima volta il significato di amare, e nella vita parallela di Lei di amante e amata forse come non accadeva da anni. I due entrano in una bolla, una gigantesca bolla sospesa da tutto, finché non iniziano le increspature e l’involucro si schiude, si rompe.

Le cose importanti iniziano quando tutto sembra finito.

Un libro veloce, immediato, un linguaggio chiaro e pensato che interpreta alla perfezione i sentimenti. Diretto sì, ma per niente banale.
Consiglio la lettura e il finale soprattutto, prima di andare in acqua, magari con il mare mosso: l’effetto onda in faccia rende alla perfezione senza troppe parole. Dopo, si torna a galla.

 

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Un commissario, una vendetta e una storia d’amore, forse due.

Mi affaccio a questo autore per la prima volta, grazie al suggerimento di un’amica che mi ha facilmente convinto scrivendomi: “adorerai il Commissario Mordenti”, con queste premessa mi sono detta che ne sarebbe valsa assolutamente la pena e poi tendo ad assecondare i consigli, letterari soprattutto.

“Pessime scuse per un massacro” fa parte, insieme ad altri 5 romanzi, della saga “Les Italiens” che racconta le vicende del Commissario Jean Pierre Mordenti. Purtroppo per scarsa disponibilità online non sono riuscita a partire dal primo libro, avrei voluto imparare a conoscere il Capo della Brigata Criminale di Parigi e la sua squadra un po’ per volta; avrebbe evitato di rendere il mio giudizio sul personaggio parziale.

Ad ogni buon conto la storia per farla breve come un verbale è la seguente: il Commissario Mordenti, viene spedito vicino a Fontainebleau dove hanno trucidato un pluridecorato Senatore della Repubblica, eroe della Resistenza, la figlia e la guardia del corpo. Si apre un’ indagine segreta e delicata portata avanti congiuntamente alla polizia locale, che nasconde una vendetta che risale ai tempi della seconda guerra mondiale.

Unici indizi sulla scena del crimine: una mitragliatrice del 1945, l’immagine ritagliata di due occhi di donna e la statuina di resina di Babar.

Al primo, si susseguono altri omicidi, sempre più macabri ma con gli stessi reperti sul campo.
Per capire il movente e il motivo occorre percorrere a ritroso la storia della Resistenza, dello sbarco degli alleati e delle deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento.

Una storia nella Storia che non smette di stupire con una suspance in crescendo degna di un noir a regola d’arte.
Non manca l’amore, anzi gli amori. Uno complicato, a volte un po’ perseverante ma sincero. Credo che leggendolo tutte le donne avrebbero voluto almeno una volta nella vita un ammiratore determinato tanto quanto Mordenti alle prese con l’irraggiungibile Capitano Trang. Forse.
L’altro, antico, spietato e doloroso, è la chiave di volta del libro.

E’ un volume da leggere tutto d’un fiato per non perdere il filo, anche perché la trama è complessa e i nomi dei soggetti mutevoli, forse anche per questo l’autore ad un certo punto inserisce il celeberrimo spiegone che io personalmente apprezzo molto.

Mi piace riuscire a dare un volto ai personaggi dei libri, con qualcuno è più facile, con altri meno, me li fa sentire più vicini. Non sono riuscita a dare un volto a Mordenti: direi abbastanza giovane o almeno giovanile, sicuramente attraente e altruista, saltuariamente sboccato, mi sembra così di primo acchito uno che si prende delle sonore cantonate per le donne sbagliate. Per il momento me lo figuro a metà tra un simil Marco Giallini e il bagnino di Ceriale. Diciamo che siamo in fase di conoscenza, credo però che andremo a cena per un nuovo appuntamento quanto prima.

 

Valutazione

 

 

E’ uscito fresco fresco il 31 maggio, come ha detto con un tweet la Sellerio:

“è uscito il nuovo Montalbano hanno fatto il governo. Se bastava questo potevate dirlo prima.”

Trovo assolutamente logico che un’istituzione come Camilleri esca, inconsapevole, lo stesso giorno in cui sono stati eletti i Ministri, e il fatto che io l’abbia terminato il 2 giugno è la perfetta conclusione della celebrazione di uno scrittore tutto nostrano. Sui politici purtroppo non possiamo avere la stessa garanzia di successo e lo stesso spessore culturale che ci assicura Camilleri, ma questa è un’altra storia.

La nuova indagine di Salvo non delude, come sempre.

Dopo le prime pagine, in cui bisogna riabituarsi al linguaggio, un po’ ostiche per chi come me viene dal profondo nord, in un attimo ti ritrovi a Vigata, anzi in questo caso in attimo ti ritrovi nel sogno di Montalbano.

Il “caso” parte subito quando Mimì, reduce da una fuga d’amore dal balcone, si imbatte in un cadavere nell’appartamento sottostante a quello dell’amante. A gambe levate si catafotte dal commissario nel cuore della notte per raccontagli quanto accaduto… da questo punto in poi il cadavere di Augello ci accompagna fino alla fine del romanzo e fa il paio con un altro morto, quello di Carmelo Catanalotti: uomo misterioso, strozzino, amante del teatro.

Sarà proprio quest’ultima sua passione ad occupare le pagine del libro.

Pare infatti che il Catanolotti, responsabile di una piccola compagnia di teatro amatoriale, ricercasse i suoi attori sottoponendoli a provini talmente realistici da tirare fuori da ciascuno la sua paura più recondita come un vero manipolatore o un sapiente psicologo in grado di liberare le emozioni più nascoste dei suoi personaggi.
E il palcoscenico rivelerà la chiave di lettura per risolvere il delitto.
Accanto ai personaggi più noti, fa la sua comparsa Antonia, la nuova responsabile della scientifica che avrà un ruolo del tutto nuovo nello sviluppo delle indagini condotte congiuntamente con più o meno professionalità dal Commissario…

Personalmente leggendo un nuovo romanzo di Camilleri, non mi chiedo neanche più se il libro mi piacerà oppure no. lo leggo a prescindere, certa che sarà un’immersione totale come quando vedi un amico che abita all’estero e si ferma a casa tua per il fine settimana.

Forse perché Montalbano è un personaggio che è entrato in famiglia,

tutti lo conosciamo per il suo amore per il cibo, per la Sicilia, per le donne, per i suoi modi d’altri tempi che abbiamo imparato ad apprezzare.  E lui ci ricambia con un dono eccezionale: la condivisione, per fortuna Montalbano ha il dono dell’obliquità!
Ed è bello avere la consapevolezza di trovarlo sempre lì, finché Camilleri ce lo consentirà in questa realtà sospesa, in un città che non esiste sulla carta geografica, incantato a guardare la bellezza del mare o davanti alle prelibatezze dei piatti di Adelina, di cui ti sembra di sentire l’odore.
Peccato che il fine settimana sia finito e domani sia lunedì, tutti torniamo alla nostra realtà, salutando Salvo fino al prossimo romanzo.

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Triste, anzi no, di più.

Ci sono 3 cose che non mi piacciono nel modo più assoluto 1.la gelatina, 2.il fegato, 3.gli uccelli.
Penso che se fossi obbligata, sotto tortura o morta di fame, potrei essere in grado di mangiare sia il fegato che la gelatina; ma mai e poi mai potrei trovarmi in una stanza chiusa a tu per tu con un volatile. Vivi, morti, impagliati, malandati, finti, in nessuna di queste accezioni potrei sopportarne la presenza.

Avrei dovuto farmi guidare dall’istinto e abbandonare l’idea di leggere un libro che riporta proprio nel titolo il nome di un pennuto. Tuttavia è un ebook di dominio pubblico e quindi è gratis, mi lascio tentare.
Per fortuna non è una dissertazione sul mondo alato, la capinera è solo la metafora per introdurre la storia triste di Maria: orfana di madre, costretta dall’età di 7 anni a vivere in convento, destinata a diventare suora.

A causa dell’epidemia di colèra che semina devastazione a Catania e prima di prendere i voti permanenti, Maria trascorre un breve periodo nella campagna siciliana con il padre e la sua nuova famiglia.
Il libro è narrato in prima persona dalla stessa Maria attraverso le lettere che scrive alla sua amica Marianna.
Qui, proprio come un uccello dopo lungo tempo in gabbia, riscopre la vita, i colori, i profumi, l’allegria e la felicità di trovarsi fuori, libera dalle costrizioni claustrali.

Tutto qui è bello, l’aria, la luce, il cielo, gli alberi, i monti, le valli, il mare! […] Benedetto colèra che mi fa star qui, in campagna! Se durasse tutto l’anno!

Purtroppo, perché sarà la sua grande rovina, si innamora del giovane Nino che le dedica attenzioni inaspettate e nuove. Ma la sua vocazione imposta le impedisce di dare seguito a questo sentimento, che si trasforma nelle successive 100 pagine da infatuazione giovanile a struggimento continuo e tortura massima.
La bella casa soleggiata lascia il posto alla clausura, ai capelli rasati in atto di penitenza perenne, agli abiti neri che fanno già presagire la morte.

Speravo davvero che ad un certo punto Nino sradicasse la grata del convento, trovasse un modo per impedirle di prendere i voti permanenti. Ma questo è Hollywood non certo La Sicilia del 1856, in cui tutto avviene per impostazione familiare, schemi prefissati, obbedienza forzata.

Ho confidato che Maria avesse un po’ di Gertrude (La Monaca di Monza), un po’ di superbia, di astuzia, di ribellione, trovasse una via di uscita, una porta segreta per fuggire.
Maria però è una capinera in gabbia che vede una porzione di cielo per cui sperare di vedere  una parte maggiore di creato, un’altra vita, è un peccato mortale un crimine di cui chiedere perdono.

L’amo! E’ un’ orribile parola! E’ un peccato! E’ un delitto!

Se fossi stata Marianna, avrei preso Maria per le spalle, l’avrei scossa fortissimamente e le avrei urlato con tutto il fiato: Ragazza svegliati!
Tuttavia tra noi ci sono 162 anni di storia e di emancipazione, anche grazie a Verga che denuncia le monacazioni forzate molto in voga allora.
Grazie Giovanni, a me il velo sarebbe stato malissimo!

 

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Storia di una resistenza, prima di tutto umana.

A guardarlo da vicino questo libro potrebbe essere riassunto semplicemente citando il titolo, a cui forse solo per mettere un’impronta aggiungerei il pronome personale: Io resto qui.

L’autore ci racconta una storia: quella di Trina, una ragazza che vive a Curon paesino del Sudtirolo, italiano solo per confini geopolitici, che studia per fare la maestra tra i monti della Svizzera e dell’Austria, i pascoli verdeggianti, il fiume e il freddo pungente d’inverno.
Ma la seconda guerra mondiale arriva anche qui ai limiti del mondo e lo stravolge.
Gli uomini sono costretti a partire per il fronte, Mussolini bandisce l’uso del tedesco in favore dell’italiano, che in paese non conosce nessuno, alle insegnanti locali viene proibito di praticare e le scuole austriache vengono soppiantate in favore di quelle italiane.
Trina è determinata e inizia ad insegnare nelle aule che vengono allestite in segreto nei fienili, nelle soffitte, dove i bambini possono imparare a leggere e scrivere in tedesco sotto la minaccia costante di essere scoperti e le insegnanti confinate in un posto sperduto del sud Italia:

in Sicilia in mezzo ai negri.

Trina intanto diventa donna, sposa, mamma di due figli: Marica, che scomparirà nel nulla a cui è dedicato un perenne ricordo affidato alle pagine di un diario, e Michael che da grande si arruolerà nelle file naziste perdendo per sempre il rapporto con il padre.
Quando la guerra bussa alla porta, Trina e il marito scappano sui monti in cerca di salvezza, a stretto contatto con la morte, la fame, la solitudine.
Si ritorna a casa, la guerra è finita ma non la lotta, a Curon sono ripartiti i lavori per la costruzione di una delle dighe più grandi d’Europa: il progresso, dicono, deve partire da questa valle.
Così coloro che non se n’erano andati prima o durante lo scoppio del conflitto bellico lo fanno adesso.

Ma non Trina, non Erich che guardano dal maso la collina che viene inghiottita dal cemento e dall’acqua, le case che vengono abbattute col tritolo, gli espropri forzati in casupole da 34 mq dove si trovano a vivere.
L’unica cosa che rimane a monito della violenza della Storia che fu è il campanile della Chiesa,

che sporge dall’acqua fino a metà della torre che da allora svetta come il busto di un naufrago sull’acqua increspata.

E’ un romanzo che ci racconta la perseveranza, quella umana: di vivere, di sperare, di temere, di credere, di resistere nonostante tutto.
Ripercorriamo pagina a pagina la vita di frontiera dei protagonisti come se fossero incastrati in un tempo che non esiste più, in un territorio che la Storia chiama Italia di cui nessuno si sente parte, con una lingua che non gli appartiene, in un’industrializzazione che non hanno mai cercato e mai voluto.
Un libro attualissimo che ci dà una prospettiva nuova su un capitolo tutto italiano molto triste, molto combattuto e ancora poco conosciuto.
Da leggere assolutamente per dar voce con la lettura a un mondo nascosto sotto l’acqua ma molto più in superficie di quanto si possa pensare.

 

Valutazione

 

 

Ho fatto tante premesse in queste recensioni che ho scritto, alcune superflue. Questa però è d’obbligo.
Mi affaccio a questo libro a 18 giorni dalla scomparsa di mio papà, leggo il titolo e lo scelgo apposta, forse per trovare negli scritti di qualcun altro una spiegazione ad un evento completamente inatteso, forse per ricevere da chi c’è già passato una risposta ad una realtà che ancora mi sfugge, non realizzo. Non l’ho trovata.

E’ la storia di un uomo che ha perso la sua compagna, mamma di tre figli, lettrice instancabile, che si ammala e muore. Lui la cerca, la fa rivivere attraverso le stanze dell’ospedale dove non riesce più a trovarla, si perde. La cerca per anni nei gesti ripetuti che compie ogni giorno presentandosi tra le file dei malati, nei reparti di lunga degenza, tra i terminali oncologici, alla ricerca di chi non c’è più, senza essere in grado di dirle addio.
Poi a un certo punto la vita riprende, riaffiora, rinasce. Non dimentica, va oltre.

Così non è possibile. Tradisco non solo la mia vita, ma la sua, che era capace di non sprecarla, a qualsiasi costo, lei che ha insegnato soprattutto questo, a non arretrare, a non accomodare. Io devo andarmene, anzi dobbiamo tutti e due tornare al mondo.

Non sono in grado di esprimere un giudizio sul libro, non saprei neanche dire se mi è piaciuto, ma ha un potere molto forte, quello dell’esperienza. E’ un libro che va vissuto, io l’ho sentito nella pelle; in quelle stanze asettiche che odorano di disinfettante, nelle ore  che sembrano interminabili in attesa di un risultato, nella speranza di avere ancora un domani davanti con la presunzione dei sani di dire “poi lo faremo”, in un non luogo che è un mondo a parte dove si snoda la vita dal primo vagito all’ultimo respiro.

Ci vogliono strati, ce ne vogliono molti per andare avanti.

Ma la vita va avanti. Nonostante tutto. Nonostante noi, chi resta e chi parte dai due lati opposti della stessa banchina.

 

Valutazione

 

Non ho mai fatto mistero di quanto mi piacciano i personaggi che “a volte ritornano”, ritrovo sempre con piacere l’avvocato Guerrieri di Carofiglio, il Commissario Montalbano di Camilleri, e non fanno eccezione il Maresciallo Santovito e Poiana di Guccini e Macchiavelli.

Il romanzo che si svolge sull’Appennino tosco-emiliano in un paese  dove la modernità è rimasta ai confini, non prende il cellulare e la vita si snoda in pochi angoli: al bar trattoria da Benito, nei boschi di Ca’ di Sopra e nell’ufficio dell’ispettore della forestale Marco Gherardini, per tutti Poiana.

La storia racconta di elfi: persone che vivono di e nella natura cibandosi di quello che viene dalla terra, lavandosi nei torrenti, e abitando in baracche abbandonate nei boschi in comunità autogestite pacifiche e rispettose. Sembra.
Sembra perché il bucolico paesaggio viene rovinato dal cadavere di un Ramingo a cui Poiana cercherà di dare un nome, una spiegazione e una giustizia.

L’Appennino non sarà come le Alpi, o le Rocky Mountains, ma ogni tanto, come tutte le montagne, richiede le sue vittime sacrificali, la vita di chi, in un momento d’orgoglio o d’incoscienza, si ritiene più forte di loro, e l’uomo, più forte dei monti, non lo è quasi mai.

Le indagini paesane si intessono con quelle internazionali in una fotografia che sembra non venire mai a fuoco, fino alla fine.
Il colpevole è celato, ben nascosto e inaspettato fino al penultimo capitolo e così il libro scorre veloce tra le tante storie che si intrecciano di paesani che abbiamo imparato a conoscere nei romanzi precedenti: Adùmas, Benito, la cucina di Adele e nuovi venuti.

I dialoghi diretti, sfiorano il burbero ma con quel fare genuino e sincero della gente di montagna dove il rispetto lo si guadagna con i fatti e le differenze di età sono solo un tagliando anagrafico a cui nessuno fa caso.

Spero non passi troppo tempo al prossimo romanzo, intanto mi godo ancora la scia del racconto guardando da lontano Berto che fa la sua deposizione:

Berto sospese il racconto per frugare in tasca e accendersi un sigaretta. Al primo tiro, un attacco di tosse.
<< Creperò, un giorno o l’altro>> disse quando si calmò.
<<dov’ero rimasto?>>

 

Valutazione

 

 

Non c’è bisogno di valutare l’autore perché il Premio Pulitzer lo valuta da solo. E’ uno di quei libri in cui prima o poi ci imbattiamo tutti, forse dietro ai banchi di scuola o forse sbattendo sulla mensola della camera da letto, forse per questo non può passare inosservato.

La storia è semplice: un pescatore solo e anziano dopo 84 giorni senza aver pescato nulla, decide di prendere il largo alla ricerca di pesci. Qui si trova a combattere una lotta estenuante con l’animale più grande che abbia mai visto e a passare i successivi 3 giorni in mare aperto. La lotta con il Marlin che ha abboccato alla sua esca ovviamente racchiude molto di più di un rapporto uomo-pesce: è una scoperta, un reciproco rispetto dell’avversario, una lotta interiore tra il bene e il male e un esame di coscienza continua a cui tutti gli uomini sono chiamati a rispondere prima o poi. Sulla quella barca che via via va disfacendosi, nelle forze del vecchio che vengono meno, ci siamo un po’ tutti con le nostre fragilità, debolezze, ma anche con il nostro orgoglio e la voglia di rivincita.

E’ un libro saggiamente scritto con un linguaggio diretto, chiaro senza fronzoli. Mi trovo d’accordo con chi dice che questo libro appartiene ad un periodo buio di Hemingway ormai stanco, malato e depresso. Si sente tutto in questo volume, ma nonostante un pessimismo che aleggia non si può che apprezzare un capolavoro che va oltre ogni tempo.

Felice che mi sia caduto addosso mentre riordinavo la libreria.

 

Valutazione

 

 

Un libro indispensabile e necessario. Come un perfetto bagaglio a mano

Due cose fanno, per me, di questo libro una bella lettura:

  1. Mi è stato regalato per il mio compleanno da un’amica, che il che già costituisce un valore aggiunto.
  2. Sono una fan del bagaglio a mano. Più dello zaino che del trolley soprattutto perché non lo devi sollevare in corrispondenza dei gradini.

Ad ogni modo, come spesso mi capita leggendo il retro di copertina, non avevo capito niente della trama del libro. A dirla tutta, avevo capito che fosse la storia di un giornalista che per fare un reportage in Corea era finito nelle “mani sbagliate” e si era ritrovato sepolto vivo, costretto a ripercorrere la sua vita sotto 2 metri di terra in una cassa da morto.

Diciamo che non avevo completamente travisato la trama, ma neanche centrato l’argomento… La cassa da morto c’è davvero, Romagnoli è davvero un giornalista, la Corea fa da sfondo a tutta la vicenda, ma il protagonista non finisce per caso sepolto vivo, ci finisce volontariamente.

Sembra che in Corea, visto l’altissimo tasso di suicidi, sia tristemente diventato di moda eseguire un rituale in cui il soggetto che intende porre fine alla sua vita, si affidi prima dell’estremo saluto ad agenzie altamente specializzate che ti permettono di similare la tua morte: ti preparano la cassa, ti fanno indossare un vestito senza tasche,

perché, come si dice a Napoli, “l’ultimo vestito è senza tasche”

ti fanno scrivere una lettera in cui puoi salutare 5 persone importanti per la tua vita e poi ti mettono dentro la cassa, ti seppelliscono e dopo alcuni minuti la riaprono riportandoti alla vita, in questo caso non bisogna neanche attendere 3 giorni prima di risuscitare.

A quanto pare questo processo ha notevolmente diminuito i tassi di suicidio perché la persona sembra rivalutare in questa “messa in scena” tutta la sua vita e quando torna alla luce, nel senso reale del termine, è rigenerato, rinnovato, pronto a considerare il tutto sotto una nuova prospettiva e ad abbandonare l’idea di terminare sua esistenza.

Romagnoli, vive l’esperienza e da qui nasce Solo bagaglio a mano, un libro che fa bene, che ti aiuta senza indottrinarti a valutare le cose per quelle che sono, a vivere le emozioni senza sovraccaricarsi di altro inutile e ingombrante, perché uno zaino è più che sufficiente a contenere quello che ti serve per un’esistenza piena.

Ho pensato che se importassi questo business in Italia chiamerei l’agenzia Lazzaro & co., anche per dare un po’ di compagnia al personaggio biblico che non ha mai potuto confrontarsi con nessuno sulla sua esperienza di rinascita, chissà cosa avrebbe da dire al riguardo.

 

Valutazione

 

 

La guerra del Vietnam, una spia e un premio Pulitzer

In questo periodo ho due fissazioni: la Guerra del Vietnam e i Premi Pulitzer, non necessariamente in questo ordine ma poco cambia.
La Guerra del Vietnam, perché fa parte di un programma scolastico di quinta liceo che di solito si affronta alla fine di maggio, quando il vero spirito studentesco di passività esce allo scoperto e comunque di sicuro all’esame esce la Seconda Guerra Mondiale.
Poi qualche anno fa ho visto un film Frost contro Nixon che mette allo scoperto lo scandalo Watergate, ho capito il poter dell’inchiesta giornalistica, e ho iniziato ad appassionarmi.
I Premi Pulitzer, perché parto dal presupposto che se uno scrittore/giornalista ha guadagnato una delle riconoscenze più alte a livello mondiale per la letteratura, difficilmente ha scritto “io speriamo che me la cavo”, senza nulla togliere a un bel film degli anni ’90.

Così quando su Google ho digitato Vietnam + Pulitzer mi è comparso “Il Simpatizzante”.

Scritto dall’autore impronunciabile Viet Thanh Nguyen è un romanzo che parla della Guerra del Vietnam dagli occhi di una spia Vietcong infiltrata nei comparti sud vietnamiti.
Saigon è quasi caduta e un Generale della Polizia Nazionale sud vietnamita, con l’aiuto del suo Capitano, si imbarcano sull’ultimo volo messo a disposizione dagli USA per abbandonare il paese.
Il Capitano in realtà, è un agente segreto comunista incaricato di riferire sulle attività militari e sul controspionaggio del Vietnam del Sud.
Dopo un periodo passato in America, torna in Vietnam per sostenere, nel suo ruolo da spia, i compagni Vietcong.

Perfetta la descrizione che ne fa il New York Times:

«Un personaggio memorabile…con cuore e mente profondamente divisi. La mirabile descrizione che Nguyen avanza della personalità ambivalente del suo eroe ne fa uno scrittore degno di maestri quali Conrad, Greene e le Carrè».

La guerra è lo scenario della vicenda ma è allo stesso tempo un pretesto per toccare tante tematiche: l’accettazione sociale, i ruoli dei vincitori e dei vinti, del sogno americano che assume tinte sempre più sbiadite, di un’amicizia che va oltre i confini a discapito della vita.
Non entro nel merito del romanzo sotto il profilo storico, anche se si impara molto sull’attitudine vietnamita e sul dietro le quinte di un conflitto bellico che fatto 2 milioni di morti e martoriato uno Stato intero… per quanto intero sembri un termine un po’ forzato per uno Paese diviso a metà.

Se gli ingredienti per valutare un Premio Pulitzer, sono: chiarezza nell’esposizione, fluidità del racconto, sapiente uso delle parole sicuramente questo libro merita tutta la sua fortuna.
Un libro di spionaggio con la capacità propria dei grandi autori, di avvicinare il lettore alla Storia senza che se ne renda conto.
Peccato che non ci siano più esami scolastici, se ci fosse stata una domanda sulla caduta di Saigon adesso saprei cosa rispondere. Immagino che anche questo sia un insegnamento postumo che mi pare si chiami cultura personale.

Valutazione

 

 

Premetto che un libro che riporta in copertina una (o più) montagne, difficilmente mi lascia indifferente. Sarà per il forte legame che ho con le cime, sarà perché è nel mio DNA. Quando poi scopro che il romanzo è ambientato sulle montagne piemontesi: il libro va letto!

Ha vinto il Premio Strega, di solito quando uno vince qualcosa è perché ha fatto bene il suo lavoro, oppure perché è talmente immanicato da salire direttamente sul podio senza passare per le valutazioni di rigore, ma lasciamo da parte i contenziosi sullo svolgimento dei concorsi all’italiana, perché questo volume scala la classifica senza dubbio per meritocrazia.

La storia, fin da subito si visualizza, forse per il linguaggio senza fronzoli, diretto; si snoda come un film.
Pietro è un ragazzino che vive a Torino scontroso e solitario figlio di due veneti trasferiti negli anni in cui la grande migrazione nostrana transumava verso il Nord Ovest meccanizzato e lavoratore. Il padre di Pietro ha un’unica grande passione: la montagna, l’unica fonte di colore in una città opprimente e grigia. Passa le sue serate a pianificare, a segnare e disegnare mappe delle sue prossime esplorazioni alpinistiche in cui poco a poco coinvolge anche Pietro.

Lo scenario cittadino cambia quando la famiglia scopre un piccolo paesino ai piedi del Monte Rosa che diverrà la meta della villeggiatura estiva per molti anni e il punto di partenza privilegiato per molte scalate. Un luogo in cui Pietro incontrerà un amico inseparabile: Bruno, burbero e montanaro fino all’osso ma dai sentimenti genuini e dall’amicizia sincera.
Il rapporto sempre più ostile con il padre, induce Pietro a smettere di seguirlo nelle sue sgambate in montagna, a tal punto che i due diventano estranei per molti anni; paradossalmente fino alla morte prematura e improvvisa del genitore che dà il via alla seconda parte del libro. Un lascito inaspettato guida il lettore in un riallaccio alle origini che si manifesta nella maniera più romantica possibile: attraverso la natura.

La riscoperta della montagna, la sensazione dell’acqua dopo una camminata estenuante, l’amicizia non intaccata dalla città, la meraviglia dei paesaggi descritti negli occhi di chi li ha sempre visti e non li ha mai veramente guardati.
Ad ogni pagina ti sembra di respirare la stessa aria o di vedere la vita del paese desolato con poche case all’ombra in cui si scorge il fumo dai camini anche ad agosto. E’ un libro che ti  proietta.

Finisce con due scomparse: un uomo e un paio di sci e soprattutto finisce con un dubbio che racchiude una speranza.
Da quando l’ho terminato ogni volta che metto piede in montagna, che per radici geografiche sono proprio quelle montagne, non posso che chiedermi, lo incontrerò?

 

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Un ragazzo decide di salire sull’albero e di non scendere mai più.

All’inizio tutti pensano che scenderà, che sarà solo un litigio tra padre e figlio, ma dopo qualche tempo la situazione non si risolve e Cosimo continua, per volontà propria a rimanere sugli alberi, prima intorno al giardino di famiglia e poi all’ esterno: nelle ville dei vicini ad Ombrosa e poi nei boschi. La vita è quella di un adolescente prima e di un adulto poi, con tutti gli annessi e connessi dell’età: amici, pregiudizi, amore, fregature, solo che tutto si svolge a 5 metri d’altezza.

Se la storia è sorprendente, il finale lo è ancora di più, vediamo un uomo ormai malato che non ha rinunciato alla sua vita aerea, arrampicarsi sull’albero più alto e poi innalzarsi dal suolo e… Vi ho già detto che non faccio la spia? No.. ecco non faccio la spia, vi racconto la trama ma non il finale, qualunque sussidio scolastico può giungervi in soccorso, anche wikipedia ovviamente. Ma Calvino lo fa meglio, se avete qualche ora da dedicargli:

La disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.

Questo libro fa il tris con “il visconte dimezzato” e “il cavaliere inesistente” nella raccolta “i nostri antenati”. Ciascuno porta una prospettiva diversa e fuori dal comune della realtà: strana, inusuale, inaspettata.

E’ un libro che di solito consigliano alle Scuole Medie, personalmente ritengo che sia, neanche a farlo apposta, un sempre verde. Uno di quei libri che leggi in qualunque età e che in ogni fase dell’esistenza assume un livello di comprensione differente, un monito da sfogliare ad ogni decade della propria vita, per vedere se è cambiato qualcosa…

Credo che qualunque adolescente, leggendo il barone rampante, abbia pensato: adesso scappo di casa e ci provo anch’io.. ripercorrendo in una mappa mentale tutti gli alberi attorno a casa propria. Io purtroppo avevo una quercia secolare, che in concomitanza alla fine del libro, è stata segata alla base per rischio crollo. Finiti gli alberi intorno a casa mia. Piano abortito ancora prima di partire.

 

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Forse si è già capito dai titoli riportati in questa breve lista: ebbene sì, ho una passione per gli avvocati, i marescialli e i commissari. Per tutti quei soggetti narrativi a cui è facile affezionarsi e che ritrovi in più libri, come incontrare una persona di cui hai un buon ricordo dopo tanto tempo. Sempre piacevole.

L’avvocato Guerrieri per me è così: nella sua Bari vecchia, a combattere con mostri più o meno reali, a tirare pugni al suo sacco, nelle sue passeggiate notturne pensando con affettuosi, non sempre, ricordi alla ex, ai suoi sbagli. Nevrotico e fragile, amante della buona musica, vagamente adolescente ogni tanto, ma maturo e completo. Uno giusto.
L’indagine, forse una delle più ambigue, riguarda un vecchio compagno di università di Guido, sempre primo ai concorsi e integerrimo giudice del tribunale, accusato di aver incassato 50.000 € da un malvivente per scagionare un detenuto. Il giudice si rivolge all’amico Guerrieri per la difesa.
Guido accetta l’incarico che si rivelerà pieno di non poche sorprese.

Ricco di emozioni anche grazie all’immancabile presenza femminile, sempre molto particolare nei libri di Carofiglio, è un libro veloce che sonda le pieghe fitte e inestricabili del sistema giudiziario italiano. Il confine tra il legale e l’illegalità a volte è solo un sottile scambio di vedute e punti di vista.

Scritto con il solito linguaggio di Carofiglio: duro, diretto a volte volgare ma sempre efficace, preciso, lucido, ben scritto è, a mio giudizio, imperdibile.
Non tutti apprezzano Carofiglio: io lo trovo eccezionale.
Va letto per andare a fare un saluto a Guido, un po’ più solo e un poi più triste che in altri raccolti, ma sempre guerrigliero. Anzi, Guerrieri.

 

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Felice Benuzzi nel 1941 è funzionario coloniale italiano ad Adis Abbeba, quando la città viene conquistata dai britannici e lui è catturato e inviato in un campo di concentramento alle pendici del Monte Kenia.

Dopo un lunghissimo periodo di nullafacenza, una mattina scorge tra le nuvole le guglie della famosa montagna e gli viene un’idea che cambierà per sempre la sua e la vita di due altri suoi compagni: fuggire, scalare il monte, issare la bandiera italiana e rientrare al campo, in due settimane.
I membri della spedizione iniziano i preparativi della fuga recuperando tutte le informazioni possibili da articoli, riviste e persino dalla latta della carne in scatola con il profilo della vetta.

Per ricavare gli strumenti indispensabili all’arrampicata vengono impiegati per lo più scarti per ottenere: chiodi, corda, zaini da montagna e ramponi.
Le provviste vengono comprate barattandole con i prigionieri e razionate per la durata totale di 14 giorni.

Il giorno prefissato i tre assegnano al tenente in comando un biglietto con le loro intenzioni e  fuggono dal campo, direzione: Monte Kenia.

Qui si apre l’avventura in un territorio inesplorato e selvatico, ma è soprattutto l’inesattezza delle informazioni in loro possesso che si rivelerà fatale, i nostri infatti arriveranno “solo” a scaldare la Punta Lenana dove isseranno la bandiera portata al petto e lasceranno un biglietto in una bottiglia a memoria perenne.
Tornati al campo e festeggiati dai compagni si consegnano per scontare la punizione di isolamento di 28 giorni. Ma l’impresa è storia.
Quella scalata è piena di valori: l’ingegno, il riscatto, la lucidità di compiere un’impresa tornando, dopo, al punto di partenza consci che ogni scelta porta con sé delle conseguenze.

Mi sento molto patriottica, ma non possono non provare orgoglio per quella bandiera lassù. Per chi ha risposto a quel richiamo delle vette così chiaro, e una volta in cima ha avuto il coraggio di guardare i compagni e dire: ‘Beh dai, ce l’abbiamo fatta! Torniamo in prigione.’

 

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Cosa tiene accese le stelle? La speranza

Quante volte ho sentito dire “non ci sono più i lavori di una volta”, “ai miei tempi..diverso”.. Ecco appunto una volta era diverso. Il succo è proprio questo.
Credo che se potessimo fare un’intervista virtuale agli uomini del passato, potremmo andare indietro fino a Neanderthal, e troveremmo sempre qualcuno insoddisfatto del tempo in cui vive. Per fortuna ad un certo punto retrocediamo a scimmie: senza linguaggio non c’è lamentela.

Il libro passa in rassegna tanti personaggi a cui è dedicato un capitolo: dai grandi scienziati che hanno scoperto farmaci salvavita, alla signora comune proprietaria della lavatrice negli anni ’50.
Un libro piacevolissimo, che sopratutto alla mia età quando tutto il mondo ti dice che “si stava meglio quando si stava peggio”, getta una luce nuova di speranza su un futuro di cui tecnologicamente conosciamo tantissimo, umanamente non sappiamo un gran chè.
Sappiamo che potremmo vivere su un altro pianeta, ma avremo un lavoro tra 10 anni? Questo non siamo in grado dirlo.
Le sfide affrontate da 100 anni a questa parte ci hanno portato a cambiamenti epocali, abbiamo conosciuto il boom economico, lo sbarco sulla luna, la lavastoviglie e la penicillina. Ma il passato è stato tutt’altro che semplice, si moriva di parto uso ridere, di polmonite e morbillo ancora peggio.

Ma dal passato si impara, non sempre, ma si può provare a campire che se prima ce l’hanno fatta, ce la possiamo fare anche noi, per arrogarci un giorno il diritto di dire ai nostri figli: “eh.. ai miei tempi”..

 

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Il protagonista numero 1 si chiama Gilberto. Che non è un nome da personaggio eroico, piuttosto da impiegato del fisco. E forse anche per questo non puoi non simpatizzare per Gilberto, così abitudinario eppure così fuori dal comune, dopo le prime 3 pagine. Ma andiamo con ordine: Gilberto è un uomo di cinquant’anni sopravvissuto ad un divorzio, ai figli andati via di casa e alla crisi economica. Un uomo che conduce un vita monotona e sempre uguale che sfiora la crisi di mezza età.
Per caso, un vecchio vicino di casa gli lascia in eredità una busta indirizzata ad una certa Teresa e alcuni oggetti. L’oggetto più voluminoso è Armostrong, un meraviglioso cane rimasto orfano del padrone. Gilberto, convito che la vita gli abbia riservato questa opportunità, lascia il lavoro da cui non riceveva alcuno stimolo da tempo e parte con Armstrong alla ricerca di Teresa, riscoprendo prima se stesso e poi il mondo con occhi nuovi.

E’ un libro piacevolissimo, scritto con semplicità, non perché gli autori siano banali, affatto, ma Armstrong, che incarna nel libro il buon senso, è l’esempio lampante di come un cane possa con uno sguardo prendere una decisione di senso compiuto in mezzo al maremagnum degli umani viaggi mentali. Gilberto è un po’ tutti noi, annoiati dalla routine, che trova uno slancio a cui attaccarsi (un po’ come Felice Beluzzi, Fuga sul monte Kenia, Ndr) e riscopre la vita attraverso i sapori, le cose semplici. E’ quello che spesso leggiamo online “lascia un lavoro sicuro per viaggiare e non si pente”, che diciamocelo tutti vorremmo fare e ben pochi hanno il coraggio di tentare.
E’ un libro tenero ma che fa pensare, è un libro estivo.. e se sotto l’ombrellone si inumidiscono gli occhi alla fine del volume, anche questo fa parte dello sbarco sulla luna!

 

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Ho vissuto per un periodo con una ragazza pugliese la cui massima espressione di disgusto era IACH!
Per essere sintetica al massimo l’unico commento che mi ispira questo libro è solo IACH!

Gregor, il protagonista, una mattina si sveglia e si scopre trasformato in un gigantesco insetto. Tutto il libro ruota attorno ai tentativi di regolare la sua vita sulla nuova natura acquisita, all’insaputa del padre e della sorella che si trovano all’esterno della sua camera chiusa a chiave. Immaginatevi cosa fareste voi davanti ad un insetto con una ciabatta in mano.. ecco questo è quello che più o meno succede a Gregor quando viene scoperto. Ma l’animale è forte, “si scalfisce ma non si spezza”, tuttavia qualche pagina più avanti non lo attende miglior sorte tra l’incredulità e la non accettazione degli affettati famigliari l’insetto diventa un peso di difficile gestione e in un qualche modo la risoluzione si presenta.

A libro concluso e superata la fase di ribrezzo, in realtà il significato è estremamente profondo: “il diverso” non è accettato, meglio che venga isolato, allontanato, dimenticato.
Scritto nel 1915, potrebbe essere riapplicato oggi, tutti i giorni nella nostra quotidianità. E perché il diverso dovrebbe essere bello? pulito? tenero? Perché dovrebbe essere impersonato da un cucciolo di Labrador? O da un bambino paffuto sorridente?
Non siamo forse noi, gli stessi che a più di un secolo di distanza accettiamo di vedere gli adolescenti spingersi al suicidio perché non accettati dai compagni di classe, perché più fragili, più introversi, più timidi? Siamo peggio degli insetti, perché l’ignoranza allora come oggi genera mostri fatali.

Disse schiacciando una zanzara…

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La prima cosa da fare per leggere questo libro è accendere la luce ed essere certi che ci sia qualcuno in casa che di solito non ha istinti omicida.
La copertina non preannuncia un romanzo “leggero” e si capisce anche dalle dimensioni del volume a cui inizialmente pensavo facesse riferimento il titolo, perché se malauguratamente dovesse cadere dallo scaffale con qualcuno sotto, il malcapitato non lo potrebbe più raccontare.  Mai nomenclatura sarebbe stata più azzeccata.

I fatti si svolgono nel Principato di Monaco, e da sfondo a tutta la vicenda c’è radio Montecarlo che trasmette il suo palinsesto quotidiano. Ad un certo punto la trasmissione viene interrotta da una chiama di un ascoltatore che comunica l’intenzione di commettere un omicidio la stessa sera. E così avviene.

A fianco al cadavere dal volto sfigurato la scritta Io uccido.

Le morti si susseguono sempre con lo stesso format: avviso on air, assassinio, corpo del defunto sfigurato e scritta di sangue io uccido.
Per la polizia è impossibile risalire al serial killer, un vero genio del male, che man mano procede verso l’epilogo si fa sempre più inquietante. Il finale, per niente scontato è la conclusione di un giallo magistralmente architettato, in cui si intrecciano storie e rivelazioni in crescendo per tutta la durata del romanzo che spaziano dalla tenerezza alla paura in poche righe.

Impossibile non finirlo in tempi rapidi perché la necessità di scoprire il colpevole è troppo forte e la voglia di tornare alla vita reale senza guardare tutti con sospetto anche.

Ripeto, è un libro da leggere con la luce del giorno: ho quasi centrato il mio ragazzo con una scarpa da trekking mentre tornava dal bagno senza accendere la luce in un intervallo di tempo tra il capitolo di 18 al capitolo 19.

 

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Diciamo subito che se metti sullo stesso scaffale Shantaram e I pilastri della terra devi quanto meno assicurarti che sotto non ci sia un vaso di cristallo.

  • La prima difficoltà reale è tenerlo in mano e leggere la pagina sinistra senza schiacciarsi una mano sotto il peso delle parte destra.
  • La seconda è che se avete intenzione di leggere questo libro in un periodo in cui andate in giro con una pochette, è meglio cambiare i vostri piani e dotarvi di uno zaino o una borsa dal fondo largo…oppure optare per la versione digitale.

Superate queste facezie non rimane altro che immergersi nella lettura e strappare un immaginario biglietto per l’India, perché quello che accade è un’immersione totale nella Bombay degli anni ’80.

La storia in breve

Robert viene condannato a 19 anni di reclusione per alcune rapine commesse quando era tossicodipendente ma due anni dopo evade dal carcere di massima sicurezza australiano. Per la maggior parte del periodo di latitanza, vive a Bombay, precisamente negli slum dove organizza una clinica medica per i popoli delle baraccopoli e impara a convivere e conoscere la cultura indiana . Qui incontriamo alcuni dei personaggi principali: il buon Prabacker tipico indiano di Bombay iper servizievole e sorridente che purtroppo vediamo morire di una morte orrenda quando oramai ci eravamo completamente affezionati a lui e Carla, croce e delizia per tutto il volume. Ma veniamo anche  in contatto con una realtà poverissima,  quella degli invisibili, la casta dimenticata dove manca tutto: cibo, pulizia, medicine, ma c’è molto cuore ed è impossibile rimanere indifferenti.

Robert ad un certo punto subisce una vendetta dalla maîtresse di Bombay e viene rinchiuso in carcere dove uscirà solo grazie a un capo mafia che diventerà il suo mentore, ma non prima di aver ricevuto pestaggi da parte delle autorità e aver pensato al suicidio per una situazione apparentemente senza scampo. Robert inizierà a lavorare per lui immischiandosi in molti scontri tra gangs locali. L’ultima parte del libro è dedicata al viaggio in Afganistan per il contrabbando delle armi da fuoco dove morirà Khader Kan. La fine del libro coincide anche con l’esame di coscienza di Robert che decide di tornare in India a vivere una vita onesta trasformarsi davvero in Shantaram che in indiano vuol dire “uomo di pace”.

Il fatto che la storia sia realmente accaduta inevitabilmente fa si che il lettore si appassioni ancora di più

alla vicende che legge, sentire tutti i pugni sulle costole sulla propria pelle e chiedersi ad un certo punto sopravviverà? Impossibile non commuoversi al capezzale di Prabacker trafitto da un palo.
Non si può non patteggiare per i “cattivi”, perché è un libro di “cattivi”. Quelli solo cattivi contrabbandano armi e falsificano passaporti, quelli molto cattivi ammazzano la gente. Diciamo che personaggi legali non ce ne sono. Robert è un fuggitivo, un tossico, ma è anche una vittima che si lecca le ferite e prova a ricostruire se stesso nell’arco delle 1177 pagine del libro.
Robert viene catturato realmente in Germania e rimandato in Australia dove sconta la pena rimanente e decide di mettere nero su bianco la sua storia più o meno romanzata. Diciamo con un sorriso sulle labbra, che Shantaram è senza dubbio l’emblema di un lavoro socialmente utile.

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Ogni volta che devo pensare ad un titolo efficace per un campagna, penso a cosa scriverebbe Annamaria Testa al mio posto.
Sono poche le persone che sanno scrivere un libro educativo di comunicazione che davvero significhi qualcosa. Paradosso? Può essere, eppure ne trovi tanti con nozioni più o meno banali, pochi esempi pratici e molta “in teoria”. Lei no.
Parliamoci chiaro, non sono così disillusa dal pensare che lei non faccia fatica a farsi approvare una campagna pubblicitaria dall’editore, o che non deba lottare contro budget, richieste assurde da parte dei clienti e tempistiche, ma diciamo che avere una delle menti più brillanti nel panorama italiano nel campo pubblicitario aiuta. E se hai la fortuna di saper trasmettere il tuo dono, questo vale doppio.

Il libro racchiude indicazioni che andrebbero tatuate sulla pelle: se vuoi fare comunicazione devi sapere cosa devi comunicare, devi rileggere, informarti, controllare, verificare sempre. Inutile dire che sono cose apparentemente banali che di scontato non hanno niente se non il fatto che sono assiomi universalmente condivisi e universalmente abbattuti quotidianamente.
Personalmente l’aspetto che ho apprezzato di più è la spiegazione dello sviluppo di una campagna: gli aneddoti svelati delle richieste da parte del cliente, le lunghe ore di briefing tra copy e grafico alla ricerca dell’idea giusta, l’intuizione, la prova e l’approvazione. Ci sono alcune campagne che fanno parte da sempre della nostra vita eppure sviscerarle, vederle nascere… è come vedere un albero dare frutto, ma se come me hai il pollice nero, leggere questo libro e veder nascere una pubblicità dà molta più soddisfazione. Quante volte leggendo questo libro ho pensato: è geniale!, Non poteva essere altrimenti!

Consigliassimo per gli addetti ai lavori, è una vera fonte d’aria fresca per chi quotidianamente ci prova, sperando di diventare un giorno Annamaria Testa, con quella capacità di usare 3 parole, a volte anche meno, per dire tutto quello che c’è da dire senza aggiungere altro.

 

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Premetto che i saccenti non mi sono mai piaciuti e Paloma non fa nessuna differenza.
Paloma ha dodici anni, asserisce risposte da Treccani, giudica gli altri tutti degli inetti ignoranti e il giorno del suo compleanno decide che si sarebbe tolta la vita prendendo dei sonniferi e dando fuco alla casa dove vive per far capire alla sua famiglia ricca e superficiale l’importanza delle cose reali. Tuttavia nello stesso condominio vive una portinaia, volutamente ignorante e burbera all’apparenza come dovrebbero essere secondo lo stereotipo tutte le portinaie, nasconde in realtà una natura coltissima che viene smascherata pagina dopo pagina da Paloma e man mano che Reneè, la portinaia, emerge per quella che è, Paloma diventa più umana e più piccola rimandando l’idea del suicidio a data da destinarsi.

Da una portinaia che chiama il suo gatto Lev in onore a Tolstoj, io diffiderei a prescindere, non perché sia un brutto nome ma perché Levin è un personaggio talmente indeciso che augurerei al gatto miglior sorte. Tralasciando il fatto che non sono certa che Tolstoj sarebbe stato contento di sapere che uno dei protagonisti di Anna Karenina ha assunto sembianze feline. Chessò, Silvestro, sarebbe andato benissimo.

Il finale è a sorpresa. E lascia un po’ di amaro in bocca di quelle sensazioni in cui dici “si, però non doveva finire così.” Comunque facciamocene una ragione: finisce così che piaccia oppure no. E’ un libro da inverno e da neve perché quando vedi la scritta fine è piacevole avere una coperta con cui avvolgersi. Una cosa è certa, non guarderete mai più le portinaie con gli stessi occhi senza prima esservi chiesti cosa nascondono.

 

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Onde che si susseguono scandite dal tempo, un battito di ciglia che si ripete all’infinito, andata e ritorno in moto perpetuo.
Il mare che prende tutto e restituisce i resti: la paura, l’amore, l’incertezza. Un contenitore di esseri e di essere.
Ecco quello che ho capito di Oceano Mare: niente.

E’ un libro meraviglioso, pieno di parole sapientemente legate che suonano come una poesia che ti attira fino alla fine, un insieme di citazioni che vai a vedere online per scrivere i biglietti d’auguri. Ma quando arrivi alla fine non hai capito neanche una parola della trama.

Va bene così, la bellezza non sempre va spiegata.

 

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Che pazienza con Zeno Corsini

Personalmente è un libro da orticaria. Ti verrebbe da prendere il protagonista per il collo e scuoterlo fortissimamente nella speranza che torni in sé.
Sempre personalmente, a differenza di Oceano Mare, che è un libro in cui non ho capito niente ma mi sono rifatta gli occhi di bellezza, questo è un volume in cui non si afferra niente, perché niente c’è da capire.
Mi sono chiesta più volte durante la lettura – che ho abbandonato più volte e poi ripreso per puro senso di colpa e per quella voce nel cervello che dice “quello che è iniziato va finito”- , che senso potesse mai avere questo libro. Di cosa parla? Qual è il senso finale di 500 pagine?

Zeno è un personaggio che si sente malato per scelta. Inadatto alla vita, e nella speranza di migliorare la sua situazione, da cui non c’è rimedio visto che non ha intenzione di guarire, si lancia in avventure controproducenti e tentativi assurdi di rimedio a circostanze ben più grandi di lui.
E’ un soggetto incapace, perché vuole essere tale: ozioso, perdigiorno, recidivo, tutto quello che una persona non vorrebbe essere è. Consapevole, di essere inadatto all’ambiente ma maturo al punto giusto per sapere quale sarebbe la soluzione giusta da adottare, puntualmente rifugge dalla decisione per inseguire non si sa quale ideale di inadeguatezza. Tutti gli altri personaggi del libro, definiti da Zeno “i sani” rimangono tuttavia fissi e sempre uguali a se stessi davanti a tutte le occasioni della vita, lui accettando il suo “essere diverso e inadatto” si modella di volta in volta alle circostanze, ai vantaggi.

Sinceramente quando ho chiuso il libro ho provato un senso di soddisfazione, forse questo era lo scopo, se posso sopportare Zeno Corsini, posso sopportare chiunque.

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La dimensione del libro potrebbe scoraggiare anche gli audaci, grande più o meno come la Bibbia non si può non notare sulla libreria. Tuttavia se hai la fortuna di leggerlo sul Kindle non saprai mai il suo volume reale e lo spavento passerà in secondo piano.
Se spesso si tende a diffidare di chi consiglia un libro con commenti tipo “è la cosa più bella che abbia mai letto”, <<non hai mai letto “I pilastri della terra”?Devi leggerlo assolutamente>>, questo volume rientrava in molte delle liste online “Da leggere almeno una volta nella vita.”
Vorrei dire banalmente che un libro da cui si stacca l’attenzione solo quando è finito. Ricco di suspance dall’inizio alla fine non smette di stupire, truce al limite della violenza e commuovente allo stesso tempo dà ragione a quanti lo inseriscono come uno dei capolavori della letteratura mondiale.

La storia in breve è questa:

Tom il costruttore e la sua famiglia sono stati allontanati da un cantiere e costretti quindi a vagare per la foresta in cerca di un lavoro a ridosso dell’inverno. La ricerca è lunga, senza risultati e ricca di ostacoli tra cui la morte di parto della moglie di Tom. La famiglia allo stremo delle forze trova rifugio in una città in cui l’incendio aveva distrutto la chiesa e i sogni di gloria del buon priore Philip. Tom si mette subito al lavoro conquistando presto la fiducia di tutto il popolo e perseguendo il suo sogno da sempre: costruire cattedrali. Nel frattempo Tom trova una compagna Ellen, che ha a sua volta un figlio, Jack, che dimostra subito un grande interesse per le costruzioni e porterà avanti il lavoro di Tom. Kingsbrige avrà la cattedrale più bella del regno.

La vicenda è ambientata nell’Inghilterra del 1135-1174 per cui fa da sfondo la guerra tra Re Stefano, Re Enrico e Matilde, la riforma della Chiesa e Tomas Backet. Non dimentichiamo che Ken Follett prima di tutto è uno storico, non mancano quindi accenni e riferimenti a fatti realmente accaduti.

Il libro è molto più di quello riassunto, e nessuna sintesi potrà realmente trasmettere la potenza di questo romanzo. In terra nostrana ha ricevuto alcune agguerrite critiche da Umberto Eco.
Non è questo il luogo per disquisire su chi dei due abbia ragione, soprattutto se i due in questione sono due mostri sacri della letteratura, ma personalmente pur riconoscendo tutto il valore all’accademico bolognese, a livello di scorrimento, io sto con Ken Follett.

Nella mia lista personale di libri da leggere una volta nella vita, questo non può mancare nonostante per sorreggere la versione cartacea sia richiesta almeno una libreria in legno massello.

 

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Avventura senza età. Chi non vorrebbe essere Dantes?

Immaginate di essere un giovane che ha sempre dovuto lavorare per vivere, di ritorno da una missione per mare in cui è morto il capitano è voi siete, a dire di tutti, il leggitimo e degno erede. Pensate anche di avere una ragazza che vuole sposarvi e un padre solo e con pochi denari che vi aspetta. Sbarcato a riva il proprietario della barca vi fa i complimenti per aver condotto in porto l’armeggio e promette di farvi capitano il giorno seguente.  Pieno di speranze, fisssate le nozze e andate a prenotare il banchetto per annunciare il lieto evento a tutti. Qui vi arrestano e vi mandano senza alcuna ragione in galera dove vi rimarrete, dicono, per tutta la vita.

Vi sono esseri che hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma hanno edificato aspetta come un faro per le navi una nuova fortuna sulla rovina di tutte le promesse di felicità che il cielo aveva loro fatte.

Anche se sembra terribile, e lo è, non tutti i mali vengono per nuocere: Edmond riesce a fare amicizia con l’abate Faria, a pochi passi dalla sua cella. Faria rivela a Edmond il suo segreto: a Montecristo esiste un isola piena di tesori che avrebbe reso ricco chiunque ne entrasse in possesso. Edmond riesce a scappare approfittando della morte dell’amico e si dirige a Montecristo, trova il tesoro e ne diventa il conte non che unico abitante. Edmond tornato alla civiltà capisce di essere stato vittima di un complotto e si vendica di coloro che l’avevano tradito non senza elargire ricche ricompense a quelli che invece avevano sempre patteggiato per lui.

Dumas, è Dumas.

Chi ha trovato belli i 3 moschettieri, non rimarrà deluso, ci sono un po’ meno cavalieri, ma il senso del dovere è rimasto immutato, le avventure non mancano e la storia ricca di dettagli non stanca per un attimo.
Scritto nel 1844 ha un climax sopraffino che ti tiene stretto al libro dall’inizio alla fine.
Sarebbe degno di essere scritturato dalla Marvel per un film sui supereroi: voglia di vendetta, senso della giustizia, amore, avventura, le carte in regola ci sono tutte per un Super Edmon.
Nelle sue triplici vesti di Simbad il marinaio, dell’Abate Busoni e di se stesso, ce n’è abbastanza per un libro che ha valicato i secoli molto meglio di quanto non abbia fatto Superman con la kryptonite.

 

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Un fenomeno letterario da 450 milioni di copie vendute nel mondo. Va letto.

Non puoi leggere Harry Potter pensando di leggere un libro. Se vuoi leggere Harry Potter devi metterti comodo, avere del tempo davanti a te, mettere in conto di non avere più alcuna esigenza umana come mangiare, dormire o avere una vita sociale e leggere tutti i 7 romanzi. Ci vorrà circa 1 mese e mezzo. Al termine del quale i tuoi colleghi di lavoro saranno tutti babbani, Voldemort ti sarà già apparso in sogno due o tre volte e nell’arco della giornata proverai a invocare uno Expecto patronum con scarsi risultati.

Se non provi, non puoi giudicare come questo libro (e quando dico libro li intendo tutti e 7) assorba completamente la tua attenzione e sia impossibile staccarsene quasi come fosse magico, nel vero senso della parola e dotato di volontà propria.
La storia, in breve, racconta delle avventure del giovane Harry Potter orfano di genitori, che scopre di essere un mago e di essere stato accettato alla scuola di magia di Hogwarts dove trascorrerà tutti gli anni accademici.

Qui non solo conosce per la prima volta la felicità di una famiglia ma scopre suo malgrado di essere una leggenda vivente: l’unico essere umano ad aver sconfitto il male incarnato in Voldemort. La madre, infatti per difendere Harry da Voldemort le fa scudo con il suo corpo innescando un incantesimo più forte del male, il sommo bene: l’amore.
Harry tuttavia mantiene un legame con il male che in qualche modo è rimbalzato su di lui e si manifesta in una cicatrice a forma di saetta sulla fronte. Più Harry cresce più la cicatrice duole, segno che il male sta tornando. I libri raccontano della lotta che Harry e i suoi amici dovranno affrontare per estirpare ancora una volta il male dal mondo della magia tra mille avventure.

Un libro che cresce con il protagonista

Conosciamo Harry la prima volta ad 11 anni e lo lasciamo maggiorenne, ogni libro rappresenta una crescita non solo anagrafica del protagonista ma anche stilistica dell’autrice, sia nei termini sia nei temi, un escaletion emotiva che ti coinvolge appieno.
Dico per onestà di cronaca, che penso sia un libro ad ampio spettro ma che può coinvolgere totalmente solo fino ad una certa età, non vedo un impiegato quarantenne perdersi negli incantesimi appresso al prof. Albus Silente.. ma mai dire mai.

In soli 10 anni, dal 1997 data di uscita del primo libro, al 2007 data di uscita dell’ultimo, le copie vendute sono state 450 milioni. E’ un successo planetario di cui bisogna essere partecipi.
L’autrice iniziò a scrivere il primo libro dopo una forte depressione che la portò quasi sul lastrico come antidoto al malessere e per addormentare la figlia piccola nel passeggino. Ora J.K. Rowlin non è solo la donna più famosa d’Inghilterra ma anche una delle più ricche al mondo.

Credo che quando nel futuro scriveranno le abitudini degli uomini preistorici, definendo la nostra epoca più o meno come noi parliamo del neolitico, diranno che il libro di maggior successo sulla Terra del nostro millennio fu Harry Potter. Un bello smacco per Dante e company che avevano però, bontà loro, meno competitor di quanti non ne abbia avuti la Rowling nella sua carriera.

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Questo libro è un’armonica ballata in cui si mischiano personaggi con soprannomi da battaglia.

Il partigiano Bob è accusato dalla sua brigata di aver sterminato brutalmente una famiglia e questo mette a rischio la fiducia del paese nei combattenti. Così “La Garibaldi”decide di fare fuori Bob. Ma qualcosa non torna e viene chiamato il maresciallo Santovito a fare chiarezza, ma la guerra impazza e l’indagine viene archiviata. Ci ritroviamo negli anni 60 e davanti ad una lettera che Santovito riceve in merito proprio a quella fucilata di vent’anni addietro che lo obbliga a riaprire il caso. Il finale si svela nell’ultima riga del libro.

Eccezionale. Se hai apprezzato Guccini cantautore saprai bene quanta ricerca ci sia nei suoi testi, quanta forza, passione, umanità. C’è tutto anche qui ma è ancora meglio grazie all’unione con un altro grande dei gialli: Macchiavelli. La storia è orchestrata perfettamente: la riscoperta dei valori, la vita del paese, la diffidenza degli abitanti, l’amore, l’indagine che cavalca i decenni ma tutto sembra immutato. E poi c’è Santovito che rientra a pieno titolo nel “the best of” insieme a Montalbano e all’avvocato Guerrieri di Carofiglio. Personaggi a cui è impossibile non affezionarsi e non seguirne poi tutte le tracce nei tanti libri di cui sono protagonisti.

Non aspettatevi un Guccini da “la ragazza dietro il banco mescolava birra chiara e seven up..” e neanche quello de “La locomotiva”. Anche se in un certo senso scorre tutto con un’armonia di ballata, qui c’è tutta la maturità di un vecchio signore che ritorna alle origini, ai suoi monti con tutte le bellezze, le difficoltà e le sue debolezze. Ti fa venire voglia di tornare a casa.

 

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Leggo Camilleri e penso Montalbano. Penso Montalbano e vedo Zingaretti.

E’ un trucco della tv, che impedisce ogni immaginazione rispetto ad un personaggio diverso da Zingaretti anche quando il testo è scritto e non a tutto schermo. Dopo le prime pagine in cui devi rimasticare un po’ la lingua prima di capirne il senso eccoti a Vigata, non luogo in cui tutti ci riconosciamo perfettamente, a Marinella con il suo terrazzo che affaccia sul mare, il forno pieno delle delizie di Adelina, il caffè nella moka che aspetta il commissario e una puntuale telefonata di Catarella che annuncia na’ mazzatina.

Forse uno dei racconti più belli: apparentemente senza indagini il commissariato vegeta in uno stato irreale di pace, il paese è il set di una Fiction una sorta di “come eravamo”, prodotta da una tv svedese, e Vigata è trasformata nella vecchia Vigata anni 40: tutto il paese partecipa come comparsa, come attore e perfino i malviventi come dice Montalbano non ammazzano, troppo presi a fare i bellimbusti con le svedesi giunte per le riprese.

La vita quiete di Montalbano è turbata da attori che occupano i suoi posti preferiti: la trattoria da Enzo, il suo scoglio delle passeggiate e persino il suo terrazzo.

Chi conosce Salvo sa bene quanto mal sopporti i cambiamenti. L’indagine arriva per caso, quando il sig. Sabatello porta al commissario 6 vecchi filmati registrati dal padre in cui compare un muro bianco. Ogni anno ripreso nello stesso punto, nella stessa ora, nello stesso giorno. Si intreccia una seconda indagine quella di un coraggioso Mimì che sventa una sparatoria nella scuola del figlio Salvuzzo che nasconde una storia di bullismo.
Del muro verrà a sapersi alla fine, che era l’eterno ricordo di un omicidio a fin di bene, per quanto suoni come un ossimoro, la motivazione sfiora la tenerezza.

Leggere Montalbano è un po’ come strappare un biglietto per la Sicilia e soggiornare da un amico: sei contento di rivedere Fazio, Livia, Mimì, di ascoltare le notizie di Televigata e riprendi un po’ in mano le vite di tutti per poi salutarli al punto fine.
Particolarmente ricco anche sotto il profilo linguistico con molto più dialetto che in altri raccolti, è il primo libro scritto sotto dettatura da Camilleri.
Ciao Montalbano, ci vediamo presto.

 

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Che si parli di un giro del globo in un tempo prefissato era chiaro anche senza aprire il libro.
Quello che piuttosto sfugge è perché la maggior parte delle copertine ritragga una mongolfiera con due uomini a bordo, quando l’unico mezzo di trasporto che non viene utilizzato è proprio questo. Evidentemente anche 1873 conoscevano le strategie di marketing per vendere più copie.

La storia la conosciamo tutti ma in breve: Phileas Fogg, integerrimo uomo d’affari, si sottopone ad una scommessa impegnando ben 20.000 sterline che è convito di vincere facendo il giro del mondo in 80 giorni. Ad accompagnarlo nel viaggio il suo maggiordomo Passepartout, di nome e di fatto che aprirà porte anche quando le soluzioni sembrano non esistere, Auda salvata dal rogo Sati in India e il detective Fix, convito che Fogg stia scappando da Londra dopo aver rapinato la Banca d’Inghilterra proverà in tutti i modi a mettere i bastoni tra le ruote all’intrepido viaggiatore. Non ci rimane che svelarvi se la scommessa è stata vinta.. ma per gli spoiler diretti vi rimandiamo altrove, leggetelo e lo scoprirete.

Erroneamente etichettato come libro per ragazzi, è un romanzo affascinante e divertente che scorre veloce quasi come un Freccia Rossa Milano – Bologna senza sciopero. I personaggi diventano compagni di viaggio a cui è impossibile non affezionarsi o non trovarsi a fare affermazioni tipo: “ma come?” “non ci credo” “no”… facendo scorrere le pagine per vedere la conclusione.
Il protagonista è un gentleman a cui le vecchie signore avrebbero voluto dare il braccio compiacendosi che “ci sono ancora le persone per bene”.

Consigliato dagli 8 ai 99 anni, come i Lego, è un bell’intrattenimento per chi ha voglia di viaggiare con la testa seduto sul divano o al gate, il che rende tutto più realistico.
Fa pensare che 1873 ci volessero solo 80 giorni per attraversare il pianeta e nel 2017 che il mondo lo giriamo al battito di un click innalziamo barriere e chiudiamo i porti per difenderci da noi stessi. Se Mr. Fogg fosse arrivato in piroscafo dalla Libia per attraversare l’Italia e tornare in Inghilterra, i suoi 80 giorni li avrebbe passati in un centro di smistamento per migranti. Ma questa.. è un’altra storia molto più triste.

 

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Se ti piacciono i classici questo libro non può mancare sulla tua libreria. Se ti occorre qualcosa da leggere nel momento del bisogno, questo volume non può mancare nel tuo bagno.. e se te lo stai chiedendo: sì, ci rimarrà a lungo.
Fonte inesauribile di noia da un certo punto in poi, uno si chiede perché dovrebbe continuare a leggerlo. Non lo so, forse solo per dire ho letto “Anna Karenina”.

Ora: l’autore è russo, il che già non facilita le cose a mio parere per due motivi, 1) fa riferimenti a oggetti, cibi e unità di misura che conoscono solo i russi, 2) i personaggi, Dio solo sa perché, vengono chiamati con nomi diversi: Stepàn si trasforma in Stiva, Arkad’ič Oblònskij, Kitty diventa saltuariamente Katerina Aleksandrovna Ščerbackaja e Aleksej Kirillovič Vronskij, viene chiamato a seconda di chi lo cita un po’ Vroskij e un po’ Aleksej, tanto che ad un certo punto occorrerebbe ripercorrere le pagine a ritroso per sapere se davvero è la stessa persona.
Sarà facile intuire che in un libro di 887 pagine, nominare i personaggi una volta con il nome una volta col patronimico non aiuta neanche il più impavido lettore che faticosamente cerca di arrivare all’epilogo.

In breve la storia è questa: Anna arriva a Mosca per salvare il matrimonio del fratello che ha pensato bene di intrattenersi con la domestica invece che con la moglie, mentre un amico del fedifrago, tale Levin,  arriva in città per chiedere la mano della sorella minore della tradita; la diciottenne Kitty che invece spera di sposare un baldanzoso dell’esercito imperiale, il giovane Vrosky che a sposarsi non ci pensa neanche per sbaglio..tanto più che nello stesso giorno in cui Kitty rifiuta la proposta di matrimonio di Levin nella vana speranza di accasarsi con il soldato, questo incontra Anna per la quale perde completamente la testa.

Da qui si aprono un’infinità di sciagure su tutti i personaggi intervallate da varie vicende familiari: Kitty, si ammala della sua stessa vergogna per aver contemporaneamente rinunciato ad un matrimonio e ricevuto un 2 di picche nella stessa serata, e che serata!  La vediamo partire per un lungo viaggio ad espiare non si sa quali peccati nella speranza di dimenticare l’accaduto.
Una diciottenne negli anni 2000 avrebbero messo una foto su instagram con sfondo le isole della Grecia commentando #singleforever #vivalavita, lasciamo perdere il commento del maschio alfa alla stessa età che con un facile gioco di sostituzione delle consonanti dalla “v” alla “f” e dalla “t” alle “g”avrebbe meglio espresso il suo essere libero da vincoli. Ma torniamo al 1875 e al nostro libro.

Levin, ferito nell’orgoglio torna nella steppa e si dedica anima e corpo al lavoro, ammorbando il già provato lettore per 10 capitoli sulla riforma agricola in Russia. Tuttavia ad un certo punto Levin e Kitty si rincontrano e si sposano.
Anna nel frattempo, ricambia le attenzioni di Vrosky e ci casca con tutte le scarpe: rimane incinta e decide di lasciare il marito a cui chiede un divorzio che non vedrà mai e il primo figlio. Ma è continuamente insoddisfatta e cieca di gelosia immotivata del suo devoto Vrosky a cui riserva angherie e musi lunghi con immotivata causa ogni 2×3.

(SPOILER)

A questo punto quando il lettore è esasperato dall’atteggiamento di Anna che farebbe venire l’orticaria anche a un santo… lei si butta sotto un treno. E qui deve essere nato il detto “chi troppo vuole nulla stringe”. Il libro finisce 2 capitoli dopo con Levin illuminato dalla piccole gioie della vita domestica e Vrosky di cui non resta nulla del giovane spensierato conosciuto all’inizio, che parte per la guerra.

Non entrerò nel merito del valore universalmente riconosciuto del libro, ma mi permetto di dire che 887 pagine per finire sotto un treno sono decisamente troppe.

 

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