Quando si dice frizzi e lazzi.

Faccio una premessa, forse superflua perchè la copertina già di per se indirizza il genere, ma un libro da donne. Meravigliose, frizzanti, leggere, ironiche, solide, sognatrici, donne.

Chi ha ricevuto l’ultima newsletter ha senza dubbio visto il titolo di questo volume tra quelli che avrei voluto leggere questa estate.
Sono molto felice di aver tenuto fede ai miei presupposti e di averlo finito in poco più di 4 ore.
Ero un po’ reticente all’inizio, lo sono sempre quando finisco un bel libro e devo iniziarne un altro, perchè ho paura di sprofondare da una bella sensazione di appagamento dei sensi ad un tomo di noiosità cosmica. Sono molto contenta invece di essere ancora sulla cresta dell’onda della soddisfazione.

Le signore in nero – la trama

Tutta la storia è ambientata a Sidney alla fine degli anni ’50. Nei Grandi Magazzini Goode’s si snodano, dietro ai manichini dalla ricche balze, le vite di quattro donne molto diverse tra loro alla ricerca ciascuna della sua individualità.

Patty: una vita all’ombra della routine, una marito assente, privo di sentimenti e affetto a cui riserva la stessa cena tutti i giorni da molti anni. Nessun figlio e nessun appagamento personale. Fino a che…

Fay: figlia di una vedova e di un padre morto in guerra, si affeziona sempre all’uomo sbagliato, al lavoro sbagliato. Schiava del suo senso di inadeguatezza, ma…

Magda: una donna slava, immigrata orami da molti anni in Australia, un marito sincero e affettuoso con cui condividere la vita e un gusto impeccabile per lo stile e la moda.

Lesley: è il filo conduttore di tutta la storia, la “bambina” appena diplomata, la stagista abile e intelligente ma ancora inesperta che si affaccia per la prima volta alla vita vera.

Per tutte è in arrivo un tempo di grandi cambiamenti e opportunità inaspettate. Non è così poi la vita?

Femminismo a go-go

Madeleine St. John è una delle più grandi autrici del Novecento. Il femminismo è il fil-rouge che attraversa tutti i suoi romanzi, precursori di un’epoca di cambiamento. Protagoniste delle sue storie sono le donne: donne forti che inseguono i loro sogni, donne che cercano il loro posto nel mondo, ieri come oggi.

Non mi azzardo a dire, come ho letto in alcuni commenti, che è una specie di Jane Austen dei tempi moderni, ma senza dubbio la stessa autrice doveva sentirsi affine alla scrittrice vittoriana perché più di una volta le rende tributo nelle pagine del romanzo.

Gambe sotto l’ombrellone

Se avete voglia di una storia frizzante, simpatica, una favola dei nostri tempi dove a interpretare i ruoli delle fate, delle sorellastre e dei principi azzurri ci sono commesse, abiti di fine sartoria, gossip da punto vendita e un’intelligente ironia questo libro vi farà passare delle ore piacevoli in totale relax, in compagnia di 4 donne che infondo potremmo essere tutte noi.

 

donne

donne

Ho terminato il libro e mi è venuta voglia di fare un viaggio in barca. Io, che patisco il mal di mare a guardarlo dalla spiaggia. E’ tutto detto.

La trama

J., Harris, George e il cane, partono in barca lungo le rive del Tamigi alla ricerca di riposo.
Riposo da cosa, non si sa, perché i tre protagonisti non svolgono nella loro vita alcuna mansione:

J. ha la fissa per la malattia: le ha passate tutte (gli manca solo il ginocchio della lavandaia). Harris – a suo dire – fa tutto lui, ma tiene sempre in scacco gli altri con ordini e contrordini- George non farebbe che dormire, ma la pigrizia è un vizio che non lo riguarda. Ai tre amici si accompagna un cane, e anche lui ci mette la sua: Montmorency è un feroce Fox-terrier certo di essere troppo buono per questo mondo.

Ora, sarà facile comprendere che con un quartetto tanto assortito, quello che ne esce non può che essere un romanzo ricco di risate, humor e ironia dall’inizio alla fine. E così è.
Si aggiunge alla componente comica una bella descrizione, essenziale, ma efficace e sempre infarcita di dettagli storici e comici allo stesso tempo dei luoghi del viaggio da Kingston ad Oxford attraverso le residenze di Enrico VIII, i castelli di Windsor, l’isola della Magna Carta e via discorrendo.
Un diario di viaggio esilarante che merita di essere letto.

La nascita del libro

L’intento dell’autore inizialmente era quello di pubblicare una sorta di una guida turistica ricca di notizie storiche e culturali dei paesi che si affacciano sul Tamigi. Poi il volume venne snellito dall’editore, mantenendo inalterata la parte umoristica del racconto e consacrando così il suo successo che ormai lo vede come un classico imprescindibile della letteratura Inglese. Il libro uscì nel 1889 e vendette solo in Gran Bretagna mezzo milione di copie.

Personalmente lo sta consiglio: un libro leggero, che ti permette di godere di un viaggio delizioso in compagnia di una combriccola che con smette di stupire e divertire.
Come in tutti i libri “intelligenti” non mancano gli spunti di riflessione.

A questo proposito, per chi ha voglia di approfondire, rimando ad un articolo del Libraio con un bel racconto di Ilaria Gaspari che grazie a Tre uomini in barca ha vinto la paura dell’ipocondria.

Curiosi? Allora non vi resta che leggerlo.

viaggio

viaggio

Per parlare di Il Maestro e Margherita citerei Boris: Sei un po’ matto?! ma è una qualità….

Ho delle difficoltà con i nomi: chi mi conosce sa che facilmente quando leggo di qualcuno per la prima volta o parlo con qualcuno che non conosco che, per esempio, si chiama Giovanni, per me facilmente diventa Gianni o Guido o Giuseppe. Stessa cosa per i cognomi. Se uno si chiama Andrea Montale, sicuramente dovendo citarlo lo chiamerò Antonio Montello. Non so per quale motivo, probabilmente una dislessia latente o una disattenzione persistente più probabile, ma mi succede sempre.

Cito alcuni dei di questo libro: Michail Aleksandrovič Berlioz, Ivan Nikolaevič Ponyrëv detto Bezdomnyj (perchè poi?), Behemot, Verenucha. Sarà chiaro che il mio senso di sollievo maggiore, deriva dal fatto che lo scrittore ha deciso di chiamare due dei personaggi principali Il Maestro e Margherita.

Il primo libro

Il romanzo si divide in due libri: il 1° inizia con due personaggi seduti sulla panchina di un parco a Mosca; il poeta e il direttore di una rivista letteraria molto in voga negli anni ’30, che stanno parlando dell’inesistenza di Gesù Cristo.
A questo punto si avvicina un terzo soggetto, Woland, che vuole convincere i due dell’esatto opposto, portando a testimonianza la sua presenza a Gerusalemme ai tempi di Ponzio Pilato.
Per dare maggiore fondatezza alla sua tesi, predice con anticipo la morte del direttore, che si verificherà da li a poco. Berlioz, infatti verrà decapitato dal tram uscendo dal parco.
A seguito di questo fatto inspiegabile, il poeta viene rinchiuso in manicomio.

I prodigi e le insensatezze non sono finiti, Woland si instaura infatti nell’appartamento della vittima con tutto il suo seguito: un’inserviente strega tutto fare, un gatto parlante di dimensioni mastodontiche e due servitori.
Nei giorni di permanenza in città si manifestano fatti inspiegabili ad opera dell’esperto di magia nera.

Intanto in manicomio, dove via via vengono rinchiusi tutti coloro che subiscono gli effetti della malefica gang, il poeta fa la conoscenza di un vicino di stanza: Il Maestro.
Questi dopo aver vissuto una relazione clandestina con Margherita e aver ricevuto pesanti critiche dai letterati di Mosca per il suo libro su Ponzio Pilato, è impazzito.
Sarà proprio Il Maestro a svelare a Ivan Nikolaevič, che la persona da lui incontrata al parco altri non è che Satana, il che comprova tutta la sua storia.

Il secondo libro

Racconta di come Margherita, perdutamente innamorata del Maestro e senza pace per la sua misteriosa scomparsa, stringa un patto con il diavolo per riavere il suo amore.
Le ultime pagine ci raccontano il ritorno alla normalità e gli strascichi che l’incontro con Satana ha lasciato nei suoi interlocutori. Quando si dice “il diavolo ci mette il suo zampino”.

A fare da filo e legante di tutto il libro è il processo di Ponzio Pilato a Gesù Cristo, che corre in parallelo alle vicende che si svolgono a Mosca negli anni 30.

La storia del Maestro e Margherita

Pubblicato post mortem per la prima volta a puntate sulla rivista Mosca tra il 1966 e il 1967,  è stato scritto tra il 1928 e il 1940, ma la pubblicazione venne rifiutata dalla censura sovietica nel 1930.
Sembra che in un impeto di disperazione Bulgakov abbiamo anche bruciato il manoscritto, per poi riprenderlo in mano fino al 1940. Ma senza ultimarlo.
La moglie lo concluse e lo pubblicò a partire dal 1966, ma per avere una versione priva di censura, l’Unione Sovietica ha dovuto aspettare il 1973.
Oggi Bulgakov è uno degli scrittori più celebrati in Russia insieme a Tolstoj.

Parere

Devo ammettere che contro ogni mia previsione, questo libro mi è proprio piaciuto.
Originale, ironico, surreale, intelligente e coinvolgente. A tratti, quando la storia si faceva troppo onirica, ho perso un po’ il filo, ma sfido chiunque a non tornare indietro di qualche pagina quando un granchio guidatore traghetta Margherita su una automobile volante, chiamato a servizio da un essere con i piedi caprini che ha fabbricato un telefono con un ramoscello…. eh??!!

Ad ogni modo, la storia è avvincente e diversa dagli standard che vorrebbero il diavolo in corna rossa con la coda imbracciare un tridente. Satana è piuttosto un’entità beffarda che punisce la corruzione e le meschinità come un arbitro giustiziere.
Probabilmente a questa affermazione mia zia si sarebbe fatta il segno della croce più volte, ma il diavolo non è poi, qui, così cattivo, piuttosto uno spirito libero e senza costrizioni, a tratti benevolo.

Chi ama deve condividere la sorte dell’amato.

Se avete voglia di un classico per niente scontato, Il Maestro e Margherita fa senza dubbio al caso vostro. Un consiglio: datevi tempo, leggetelo con calma. Ci sono frasi che rimangono impresse.

Della Guida intergalattica per gli autostoppisti ne sento parlare da sempre, come di un libro che va letto perchè rappresenta un cult che non può mancare nella tua libreria mentale e fisica.

Ecco che a 39 anni dalla prima traduzione italiana (1980 Mondadori), arrivo anche io.

La storia molto in breve

Arthur Dent, si trova sdraiato nel fango davanti a casa sua o meglio davanti al bulldozer giallo che minaccia di radergli al suolo la casa per costruire una tangenziale.
Nel bel mezzo del sit-in fa il suo ingresso Ford Perfect, un amico di Dent che lo trascina nel più vicino pub locale a scolare delle birre alle 11:00 del mattino con la scusa che tra poco la Terra salterà in aria per sempre.

In effetti dopo una decina di minuti dal cielo compare una flotta spaziale assoldata per far esplodere il nostro Pianeta. E così avviene.

I due minuti sono sufficienti perchè Arthur Dent e Ford Perfect vengano caricati come due autostoppisti da un astronave galattica.

Da qui inizia l’avventura spaziale e la scoperta di nuovi mondi, grazie al fondamentale contributo della Guida Galattica per gli autostoppisti, che altro non è che un computer in grado di fornire risposte a tutti i quesiti della galassia.

Le avventure si intensificano quando Ford Perfetc, che in realtà è un alieno, approda con Dent sulla nave Cuore d’Oro e ritrova vecchie conoscenze:  Zaphod Beeblebrox, la terrestre Trillian e un robot depresso di nome Marvin.
L’avventura finale, si svolge sul pianeta Magrathea. Qui il team incontrerà il progettista che ha costruito la Terra e i clienti che gliela hanno commissionata: due topi, che stanno cercando di dare una risposta alla domanda fondamentale dell’Universo senza trovarla.

Cioè?

Personalmente non amo i libri di fantascienza, ancora meno quelli in cui capisco una parola su 4. ecco sinceramente credo che non mi sia piaciuto perchè non l’ho proprio capito.
Devo dire che mi trovo in accordo con la recensione di Solo Libri che afferma che riassumere o anche solo ricordare alla prima lettura la trama è pressoché impossibile.
Non credo però al momento di volerlo leggere per una seconda volta.

Ma..

Il mondo dei lettori è immenso e animato e credo che la fama che precede questo libro sia di tutto rispetto e davvero per gli appassionati del genere rappresenti un pilastro imprescindibile su cui costruire la propria cultura fantascientifica.
Io per ora passo, ma solo per ora.

Forse un giorno divorerò libri analoghi? La risposta è 42.

Avevo scritto un post stamattina che anticipava la mia recensione su questo libro. Le motivazione che mi hanno spinto a pubblicarla oggi risiedono in un unico concetto che può riassumersi con un termine: lunedì.

Il lunedì è una giornata difficile, di solito, perchè è il primo giorno dopo il weekend, perchè davanti a te hai ancora 5 se non 6 o 7 giorni lavorativi e perchè si insinua il costante pensiero di rimandare a domani, ma prima o poi quelle cose rognose le devi fare.

Ma anche perchè lunedì è un nuovo inizio. O almeno lo può rappresentare.

Se siete disposti ad andare oltre il titolo del libro, scoprirete che è un volume che si adatta perfettamente a tutti i lavoratori, o meglio:

  • a quelli che vorrebbero aprire un’impresa e sono terrorizzati di essere fuori dal mercato ancora prima di cominciare
  • quelli che lavorano in un’azienda che non funziona e sono curiosi di sapere perchè
  • i curiosi che vogliono andare oltre e scoprire le logiche di mercato.

I peccati capitali

La domanda che attraversa tutto il libro è la chiave di volta anche per la sua risoluzione: perchè il marketing classico non funziona più?

Da qui partono 10 peccati, errori, capitali che le aziende commettono più o meno costantemente, allontanandosi piano piano dal mercato, in alcuni casi fallendo, in altri riducendo sensibilmente il loro fatturato.
Non ci sono solo gli errori però, ma anche le possibili cure con consigli pratici ed esempi concreti di realtà industriali.

Personalmente sono sempre stata affascinata da libri come questo, per due ragioni completamente opposte:

  1. da un lato perchè è il mio lavoro
  2. dall’altro perchè ho sempre pensato quanta verità ci fosse negli scritti e quanta poca applicabilità ci fosse nella vera vita lavorativa.

In tutti i libri di marketing che ho letto il concetto, sicuramente corretto, è la suddivisione dei compiti. Un’azienda che funziona ha dei reparti, i reparti sono motivati da un capo, che a sua volta è motivato da qualcuno sopra di lui e ogni settore si occupa di una parte di mercato, fa indagini dettagliate per capire i veri bisogni dei consumatori e tira fuori dal cilindro l’idea geniale che fa incrementare le vendita del 50%.

Momento personale

Purtroppo non hanno tutti la fortuna di lavorare da BMW, da Coca- Cola o da Harrods, dove forse ci sono i soldi per investire in ricerca e sviluppo e indagini di mercato. La maggior parte di noi non ha un reparto di appartenenza, non ha un team su cui contare e difficilmente le risorse per fare delle indagini o puntare sulla formazione personale e aziendale.

La maggior parte di noi fa dei tentativi, sperimenta, inventa delle strade per risolvere i problemi di piccola e media portata, contando solo sulle proprie capacità e sulla necessità di rimediare alle circostanze avverse con un budget inesistente che alle volte va attingere al proprio portafogli.

Penso che guardare lontano serva per focalizzare i propri obiettivi, sarebbe bello però se ogni tanto qualcuno parlasse non delle eccezioni, ma della normalità lavorativa che purtroppo è molto distante da tutti i manuali che affollano le librerie.

Nonostante tutto, non penso che questi strumenti siano inutili, anzi. Sono un ottimo sussidio per chi ha voglia di cambiare e provare ad impostare il business su un modello che ha dato i suoi frutti. E anche queste è formazione.

Dicevamo…

Come dicevo è un libro che si presta a tutti, non solo agli addetti ai lavori. Non lo consiglio sotto l’ombrellone, ma in una meditativa giornata uggiosa di lunedì sera potrebbe fare al caso vostro, magari è il libro giusto per lanciare la vostra idea imprenditoriale.

Caro Ken Follett,
Capisco perfettamente che se hai avuto la fortuna di scrivere un libro di fama mondiale che i posteri trasmetteranno ad altrettante generazioni future, non tutti i tuoi volumi possono essere dello stesso tenore.
Però, mi chiedo, tra il bestseller universalmente riconosciuto e il vuoto cosmico potevi trovare una via di mezzo?
A cosa pensavi mentre scrivevi La caduta dei giganti ? Un pippone di 999 pagine stracolmo di personaggi e di intrecci, lungo, a tratti noioso, privo di pathos.
Dicci la verità, non l’hai scritto tu? Hai assunto un team che ha ricalcato i tuoi libri precedenti, ha cambiato i nomi ai personaggi, l’ambientazione storica, questa volta siamo nel bel mezzo della prima guerra mondiale, e voilá ecco il nuovo romanzo d’autore.
Ho letto abbastanza libri scritti da te per essere giunta, con un po’ di disappunto, alla conclusione che il template della narrazione (in quelli che ho letto) è sempre lo stesso:
  • storie di più famiglie di solito almeno una è ricca e una è povera
  • Scontro tra le classi sociali
  • Donne che rimangono incinte per colpa di ricchi signorotti locali. Ovviamente sedotte e abbandonate
  • Vessazione dei poveri da parte dei ricchi
  • Rivalsa delle vittime sui prepotenti
Era così in Pilastri della terra, – però attenzione! Quello era un capolavoro – In Mondo senza fine, persino in La cruna dell’ago. E qui.
Liquidi i tuoi lettori così? Scrivendo con il pilota automatico? Dai Ken, te lo direbbe anche Barbie, non si fa così!
Ti salvi solo perché le storie alla fine sono ben scritte e in un qualche modo riesci ad affezionarti ai personaggi e vuoi vedere come va a finire.
Ripasserò da te tra qualche tempo, spero di trovarti, come va tanto di moda dire adesso, rinnovato.
Saluti

Si stava meglio, quando si stava peggio. (dicono)

Don Camillo e Peppone hanno abitato la mia infanzia più o meno come il Commissario Montalbano ha partecipato alla mia adolescenza. Con la differenza che Il prete di paese e il Sindaco rosso, hanno vissuto anche con i mie nonni prima e con i miei genitori poi. Don Camillo e Peppone fanno parte della mia tradizione più o meno come il panettone a Natale o i film della Principessa Sissi al mese di agosto su rai uno.

Così quando ho aperto un inaspettato regalo di nozze con all’interno ben 3 libri di Guareschi, ho pensato che non potesse esserci modo migliore di inaugurare questa nuova avventura in compagnia di vecchie conoscenze.

Il libro

La prima stesura è del 1953, è un opera divisa in racconti, sono per la precisione 49 storie ambientate a Bresciello, nel paese della bassa che fa da sfondo a tutte le vicende.
Tutte la “avventure” ruotano attorno all’eterna lotta etica/morale/religiosa tra il prete Don Camillo e il Sindaco Giuseppe Botazzi alias Peppone che rappresentano almeno in teoria i due estremi politici del tempo: cattolici e comunisti.

Dire in teoria è d’obbligo, perchè in quasi tutte le vicende è difficile prendere una posizione politica e i due nemici amici, si trovano per lo più in lotta su principi morali e punti di vista in cui alla fine prevale più il buon senso che il valore del partito.

Guareschi ci regala uno spaccato della realtà della campagna del dopo guerra dove la gente aveva poco, alcuni pochissimo, ma nella loro povertà erano persone semplici, umili, portatori di valori morali alle volte recuperati a suon di sonori e ben meritati schiaffoni elargiti dal gigantesco Don Camillo e dalle sue grandi mani.

Ci sono nel libro, molti degli episodi raccontati nei film, ma non per questo la lettura è meno affasciante. Leggere Don Camillo è un po’ come riassaporare il profumo di casa, del pane appena sfornato o del piacere di ascoltare una storia raccontata dai nonni che inizia sempre con “ai miei tempi…”

Il dialogo con “l’Altissimo”

Uno degli aspetti che ho sempre preferito, forse proprio per la sua schiettezza sono i dialoghi che Don Camillo intrattiene con Gesù, che dall’alto del crocifisso assiste a tutte le vicende del paese e come un buon papà, consiglia, consola e sgrida con semplicità e tenerezza. Ma sopratutto risponde.

cito

Peppone [in confessione]: E infine, sono io che, un mese fa, una sera che tornavate con un paniere di uova, vi son saltato addosso col bastone.
Don Camillo: Eravate voi…
Peppone: Io non vi ho bastonato come ministro di Dio ma come avversario politico, eh.
Don Camillo: Dieci Padre e dieci Ave! Ego te absolvo in nomine Patri, Filii et Spiritus Sancti. Amen.
Peppone: Amen.
Don Camillo [uscendo dal confessionale]: Gesù! Io lo polverizzo!
Gesù: No, io ho perdonato e anche tu devi perdonare.
Don Camillo: Gesù, se sono un buon servo di Dio lasciate che gli rompa questo candelotto sulla schiena, cos’è una candela…
Gesù: No! Le tue mani son fatte per benedire e non per percuotere!
Don Camillo: Le mani son fatte per benedire… ma i piedi… [Prima di tirare un calcio a Peppone]

I libri di Don Camillo, sono volumi che consiglierò sempre perchè come dicevamo i puzzle della Ravesburger si prestano da 0 a 99 anni; sono perfetti per le favole della buona notte, per le giornate sotto l’ombrellone o davanti al camino, per quando si ha voglia di fare un tuffo nel passato e poter affermare come diceva mia nonna, “si stava meglio quando si stava peggio”.

Ah Bologna!

Continua la mia lettura dei libri dono, questo è quello di Giulia. E’ una volume che ho scelto di proposito perchè parla di Bologna, la città a cui forse devo più cose in assoluto e che mi lega al “vecchio Alex” il protagonista della storia, per molti più aspetti di quanto avrei pensato.

E c’è un perchè, se proprio questa settimana sia capitato tra le mie mani. Ma andiamo con ordine.

La trama

Alex è un diciassettenne del Liceo Caimani, noto per essere frequentato dalla Bologna bene degli anni 90′. Fino ai 16 anni Alex è il classico ragazzo attento e diligente, mai un’assenza, mai una dimenticanza nei compiti, massimo rispetto per i professori. Fino al giorno in cui a 17 anni subentra l’anarchia totale: assenze frequenti, alcool, fuga da scuola, sufficienze strappate sul filo del rasoio. E sopratutto Adelaide. La ragazza appena arrivata dalla Sicilia, di un anno più piccola di lui di cui si innamora follemente.

Tra i due nasce subito una grande complicità che porta Alex ad esporsi e volere andare oltre al solo rapporto di amicizia. Ma per Aidi le cose sono, come al solito per tutte le donne, più complicate. A giugno la ragazza partirà per un anno negli Stati Uniti per uno scambio culturale e le sue attenzioni sono focalizzate sul “grande volo” che l’attende e che non le permettono di lasciare spazio ad altro.
Nonostante tutto però i due continuano a frequentarsi con una assiduità che li porta a guardarsi “dentro” a scoprirsi per quello che sono davvero, a leggersi a vicenda.

Il cambio di prospettiva e anche il passaggio ad un’altra fase di età, per entrambi, arriva con un dramma: il suicidio di Martino, un amico di Alex, che prima di compiere l’estremo gesto, gli invia una lettera per spiegare che la sua motivazione nasce dall’ “andare oltre al cerchio che ci hanno disegnato intorno”.

La necessità di spingersi oltre apre infinite prospettive, da quella di ribellarsi al conformismo per assumere piena coscienza della propria esistenza, all’accettazione che arrivi giugno e Adi parta per il suo altrove.

Il perchè

Il mio perchè è facile. Sono arrivata a Bologna a 19 anni, da un paese “straniero” per quanto possa esserlo il nord del Piemonte, in quell’età in cui vorresti già essere tutto e hai la presunzione che sia così. Fino al secondo giorno in cui ti rendi conto che della vita sai poco più di niente e anche se puoi reputarti una persona abbastanza sveglia è la prima volta in cui sei solo. Senza rete e l’errore è dietro l’angolo.

Per sopravvivere bisogna andare oltre, uscire dal cerchio, per trovarne un altro cerchio fatto su misura per te, perchè tu ne sei l’artefice.

Alex va in bicicletta, lungo i viali, su per Porta San Mammolo, San Luca, ogni volta che ho letto un luogo ho pensato che c’ero passata, che anche io avevo pedalato con Alex verso il Rizzoli o fatto gli scout a San Giuseppe.
Ma soprattutto Bologna mi (ci) ha traghettato nell’età adulta.

Alla fine l’equilibrio interiore non è che da cercare. Forse ce lo abbiamo già, e più ci muoviamo o agitiamo o altro, e più ce ne allontaniamo.

E poi perchè Bologna per me ha il volto dell’amore nei suoi mutevoli aspetti: quello dell’amicizia, di legami stretti, sinceri, sicuri, di una seconda famiglia e ovviamente quello di Clem che sposo tra 4 giorni. E come dice il “vecchio Alex” pensando ad Aidi:

Questa non è una ragazza, è un intero disco di Battisti.

Profumo di garofano, un fiore dietro l’orecchio e una bellezza senza precedenti: Gabriella.

Questo è il primo libro di quelli che mi sono stati regalati dalle mie amiche in occasione del mio addio al nubilato. Un libro per una, un significato per ogni volume. Questo è quello di Irene.

E’ il libro che mi ha scelto, come spesso succede, per caso. L’unico che non sono in nessun modo riuscita ad inserire dentro allo zaino del bagaglio a mano. Mi sono detta che era un’ottima motivazione per iniziare proprio da lui.

La storia

Sarebbe più corretto dire “le storie” perchè in realtà ad intrecciarsi nel romanzo, sono almeno due: da un lato l’amore passionale e coinvolgente di Nacib, proprietario del Bar Vesuvio, e di Gabriella che viene assunta nel bar come cuoca: una bellezza mai vista, mulatta, e dal profumo di garofano e cannella.
Dall’altro lato le vicissitudini politiche che si alternano in città per il governo di Illéhus, nello stato di Bahia, terra ricchissima di piantagioni di cacao.

Personalmente ho fatto un po’ fatica ad arrivare alla fine. Credo principalmente per 3 motivi:

1. L’interruzione continua dovuta ad un periodo concitato. Quindi ci ho messo quasi 1 mese a terminarlo.

2. Il fatto che nelle prime 150 pagine almeno ( il libro ne ha 533) non riuscivo a capire quale fosse la storia

3. La dinamica dei faziendeiros divisi in fazioni di cui ho perso il filo più di una volta.

Ma

Devo assolutamente rendere ragione alla dedica che Irene mi ha fatto nella pagina iniziale del libro:

dentro troverai una bellezza densa e una leggerezza preziosa.

E’ vero. La bellezza c’è tutta dalle prime pagine fino alla fine: nei piedi scalzi di Gabriella, che non cammina ma balla, che non parla ma canta, così come il profumo intenso della sua cucina. Lei, incapace di tutto fuorché di amare e stare dietro ai fornelli.

 

Scommessa?

Stavo frugando alla ricerca di un libro cartaceo tra i volumi di casa di mia nonna e ho trovato, con mio stupore la carta più alta di Marco Malvaldi.
La sorpresa era principalmente data dal fatto di accostare uno scrittore con un umorismo toscano, diciamocelo schietto, ilare e volgare allo stile di mia nonna: piemontese doc, casa, chiesa, rosario, mai una parola fuori posto.

Sbigottimento raddoppiato dal fatto che nella prima di copertina c’era la dedica di mia zia che se per caratteristiche non è proprio la fotocopia di mia nonna non è neppure poi così distante.

A quanto pare storpiando il detto che si usa per gli animali, anche in questo caso è vero che il libro sceglie il padrone.

Per me invece è stata una riconferma, non ero infatti nuova ai delitti del BarLume e ai suoi frequentatori. Torno spesso e con piacere al bancone di Massimo per assistere ad un nuovo giallo che si spiega tra i tavolini di un bar e le dentiere dei 4 pensionati – detective.

Non è che tutti gli anni possono ammazzare qualcuno per farvi passare il tempo

La storia

I vecchietti di cui sopra vengono a sapere che una villetta lussuosa in paese è messa in vendita ad un prezzo irrisorio, da qui percorrendo a ritroso tutta la storia del precedente proprietario, ne deducono che il vecchio possidente fosse stato ucciso. A tanto vengono spite le chiacchiere da bar, che il commissario Fosco, decide di riaprire un caso vecchio di 20 anni.

Massimo esasperato dalle illazioni delle 4 cariatidi che passano il loro tempo appollaiati sotto l’olmo del bar, decide di dare un taglio netto alla faccenda, ma cade vittima della sua maldicenza. Nel senso fisico del termine: rottura del legamento crociato, intervento chirurgico immediato e ricovero ospedaliero.
In questo tempo dedicato al riposo forzato, la faccenda legata al defunto e ricco Ranieri Carratori monta tanto che quelle che prima erano supposizioni si traducono in una vera e propria indagine poliziesca volta a individuare il colpevole di un omicidio del passato.

Immancabili le battute, il linguaggio tipico del posto, le freddure e lo stile inconfondibile di Marco Malvaldi. Uniche due cose che mi permetto di segnalare, perchè buon sangue non mente:

  1. un po’ troppo sboccato, che ok rende l’idea e strappa un sorriso, però il troppo stroppia.
  2. un inizio un po’ in sordina rispetto al solito

Se siete degli appassionati di gialli e dell’autore questo libro non può mancare per arricchire la vostra biblioteca e se vi dico che era persino in quella di mia nonna potete credermi.

 

 

Carramba che sorpresa!

Prima o poi, e sto ben attenta a non specificare quando, farò una raccolta divisa per autore dei miei scrittori preferiti.

Ieri sera avevo voglia di leggere, cercavo qualcosa di intrigante tipo una storia di guerra. Complice anche il fatto che sto guardano un documentario sulla guerra del Vietnam, volevo immergermi in una storia come quella di Julia Navarro Dime quién soyNon ho trovato nessuno spunto interessate e così mi sono detta che era tempo di tornare ai classici.

Ho googlato e quando alla voce libri da leggere almeno una volta nella vita, è comparso sul gradino più alto del podio Anna Karenina ho deciso che no, non era il momento per dedicarsi ai classici.

Che fare quindi? Un rifugio sicuro: Gianrico Carofiglio.

Non avevo ancora fatto la conoscenza del Maresciallo Fenoglio, nonostante questo sia già il volume 3. Ma per un’amante dell’avvocato Guerrieri non è facile cambiare schieramento per quanto sempre di giustizia e inchieste si parli.

La storia

Il maresciallo Pietro Fenoglio, prossimo alla pensione, ha dovuto sottoporsi ad un intervento chirurgico e farsi applicare una protesi all’anca. Roba da vecchi, dice lui, a causa di un’improvvisa artrosi.
Inutile dire che gli acciacchi dell’età hanno un’incidenza negativa sull’umore del carabiniere che tutto sommato non si sente affatto un decrepito.

A fargli compagnia nelle sue sedute di fisioterapia il giovanissimo Giulio, un ragazzo estremamente intelligente prossimo alla laurea il giurisprudenza con molti dubbi sul suo futuro e molto interesse nelle storie altrui.

Tra i due si instaura un’ amicizia in cui il carabiniere racconta alcune delle sue indagini più riuscite, del suo ingresso nel nucleo operativo e in generale racconta di sé

Mi sono reso conto davvero di avere quelle storie e quello che c’era attorno e altro ancora che non è venuto fuori, ma che ho ritrovato solo perchè ho parlato con te. Se non fosse accaduto, probabilmente sarebbe andato tutto perso senza che nemmeno me ne accorgessi.
Le storie non esistono, se non vengono raccontate.

Non c’è un vero e proprio caso su cui indagare, piuttosto il racconto di una serie di episodi che hanno segnato la carriera del maresciallo, un passaggio di testimone ad un ragazzo con una carriera ancora da inventare.

Non si possono fare paragoni tra i personaggi ma Pietro Fenoglio mantiene inalterato il fascino dell’avvocato Guerrieri con un tocco di gentilezza e riguardo in più, forse dato dall’età, forse dal ruolo, si conferma comunque una gradita scoperta.

 

 

 

Pagine e pagine per far capire al lettore l’importanza e la difficoltà di ritagliarsi dei momenti di silenzio nella quotidianità.

L’autore è un norvegese che nella sua vita ha fatto innumerevoli esperienze di solitudine: in mezzo alla natura, scalando l’Everest, attraversando il Polo Sud con la sola compagnia della sua slitta.

Nonostante tutto, trovare un momento per mettere a tacere il proprio pensiero e ritagliarsi dei veri spazi privi di rumori, sembra molto più facile a dirsi che a farsi.

135 pagine che invitano il lettore a riflettere sulla sua condizione di animale costantemente sovrastimolato da influssi esterni e da strumenti multimediali che invece di far emergere l’animo umano nel suo stile più vero lo snaturano fino a schiacciarlo.
Tanto che a quanto afferma lo scrittore, rimanere da soli in una stanza per 15 minuti in silenzio è per qualcuno un’esperienza insopportabile, tanto da preferire una scarica elettrica piuttosto che sopportare la tortura di trovarsi a tu per tu con il proprio io.

Pazzesco? Forse.
Eppure mi trovo seduta davanti al gate del mio volo in ritardo, sto scrivendo sul mio portatile, ho sulle ginocchia due cellulari e vicino a me il Kindle. Pazzesco, forse. Ma molto vero.

Nel primo libro dei Re si racconta di Dio che si manifesta a Elia. Prima arriva un vento impetuoso e gagliardo, poi un terremoto, infine il fuoco. Dio viene dopo, in una brezza leggera che nell’ultima versione norvegese della Bibbia è stata interpretata come << silenzio sottile>>. Mi piace. Dio è nel silenzio.

Una storia mai raccontata

Le assaggiatrici, è un libro assolutamente nuovo. Difficile incanalarlo in un filone, ostico e riduttivo dire che parla di vite che si snodano durante la seconda guerra mondiale.
Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 2018, e molti altri riconoscimenti letterari. Non avrebbe potuto essere altrimenti.

Partiva con un punto in più, perchè mi è stato regalato per il mio compleanno dalle mie colleghe, tra cui Laura, che l’anno scorso mi regalò Solo bagaglio a mano, un libro che ho consigliato a tutti e che ho amato tantissimo. Ero abbastanza certa che anche Le assaggiatrici mi sarebbe piaciuto.

La storia

Rosa Sauer è una donna in fuga da una Berlino sotto i bombardamenti, è nell’estate del ’43 si trasferisce dai suoceri a Gross-Partsch, un paese a pochi passi dal Quartier Generale di Hitler nascosto nella foresta. Il marito, Gregor è in Russia a combattere al fronte.
Nell’autunno del ’43, Rosa insieme ad altre 10 donne viene reclutata per lavorare come assaggiatrice per il Führer. Il suo compito è semplice: dovrà mangiare colazione, pranzo e cena quanto poi verrà servito al Dittatore per essere certi che il cibo preparato non sia avvelenato.
In principio prevale la fame, la possibilità di sfamarsi con gustose leccornie quotidiane in un epoca in cui mediamente la gente moriva di fame. Poi subentra la paura di morire avvelenata.

Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.

Tra le dieci donne scattano amicizie, screzi e fazioni. Rosa è una ragazza straniera che viene dalla città, per lei la strada della benevolenza è lunga è in salita, eppure si sforza di cercare l’accettazione delle altre, soprattutto con le persone apparentemente più ostili.
Oltre al peso della morte che incombe per tre pasti al giorno, Rosa riceve una lettera: Gregor è disperso. Un limbo inaccettabile, permanente che non trova pace.
Ad un certo punto la storia ha una svolta, nata dall’arrivo del tenente Ziegler, una SS temuta da tutti per i suoi modi integerrimi. Da tutti, ma non da Rosa che se ne innamora.
La seconda parte del libro ruota attorno a questo legame speciale che si instaura tra i due.
La terza parte invece è un epilogo, un modo per chiudere il cerchio e ridare un ordine alla storia e alle vite dei personaggi.

Le assaggiatrici è un libro molto particolare dove il confine tra lecito e giusto è molto in bilico. La vicenda di una donna in trappola, sottomessa dalla Storia, ma allo stesso tempo una ragazza che lotta per essere accettata, compresa, e per sentirsi nonostante tutto, ancora viva.

 

 

 


Riduzione di un libro che non c’è

La Principessa sposa è un romanzo che viene presentato dallo stesso autore come una riduzione di un libro per ragazzi scritto da Morgensen, una versione che in realtà non esiste.

Ma non è l’unica stranezza, poiché sin dalle prima pagine si avverte che questo testo ha qualcosa di diverso dagli altri, sarà perchè i commenti dell’autore sono presenti durante tutta la durata del racconto o perchè è un’avventura che permette di giocare di fantasia o perchè si legge un libro ma si ha la netta sensazione di assistere ad una proiezione di un film.

La trama

Buttercup è una lattaia di Florin da tutti considerata la donna più bella del mondo. E’ innamorata del suo scudiero, il giovane Westley a cui giura amore eterno. Il giovane, pieno di buoni propositi verso il futuro decide di partire per l’America in cerca di un lavoro che possa garantire la sopravvivenza ad entrambi e una lunga vita coniugale alla coppia. Durante la traversata però, la sua nave viene attaccata dai pirati e il giovane ucciso.

Buttercup privata del vero amore, acconsente per convenienza, a sposare il Principe Humperdinck ereditario del Regno accecato dalla bellezza della donna. Per i tre lunghi anni che la separano dal matrimonio, Buttercup viene istruita a diventare Regina, ma la sua vita è svuotata priva di amore.
Durante una delle sue cavalcate, la donna viene rapita e fatta prigioniera. A salvarla accorre uno sconosciuto uomo in nero che la ricondurrà nuovamente tra le braccia del Principe, il quale a sua insaputa, aveva fatto rapire la ragazza con la volontà di attaccare il paese vicino e far scattare una guerra.

Le nozze con il Principe sono ormai prossime, ma Buttercup continua a sperare in un salvataggio miracoloso da parte del suo amato redivivo.
Il finale è tutto a sorpresa e soprattutto è sospeso, a libera interpretazione.

Come dicevo sopra, è un libro/ film, forse anche grazie al fatto che il suo autore è lo sceneggiatore di “tutti gli uomini del Presidente”, “il maratoneta”, uno che per capirsi ha vinto 2 Oscar, quindi la stoffa per raccontare delle storie ce l’ha e si vede tutta. Dico si vede e non si legge, perchè il libro da un certo punto in poi appare come una pellicola. E allora via di combattimenti di scherma, magie, animali fantastici, complotti, fughe d’amore e vendetta.

Per me

Tutti gli ingredienti per un libro di avventure ci sono e il risultato è assicurato.
Non ho amato particolarmente i commenti costanti dell’autore, che interrompevano un po’ lo scorrimento della narrazione, ma lo stile molto ironico di ogni inserimento aggiungeva comunque un tassello originale ad un libro già molto sui generis.

Consigliato per ogni età, la Principessa sposa, si ritaglia un posto vicino al Conte di Montecristo o all’ Isola del tesoro.

 


Tre guerre e un vita sola.

Vorrei iniziare questa recensione dicendo che ho finito Dime quién soy in 17 giorni. Ne avevo parlato tanto nei post precedenti e alla fine l’impresa della lettura in lingua originale è stata compiuta.

Ma passiamo alla storia.

Guillermo è un giovane giornalista di Madrid squattrinato e senza un lavoro fisso, la sua carriera è a intermittenza, come il suo stipendio.
La madre del ragazzo cerca di aiutarlo sia economicamente sia stimolandolo in continuazione perché si cerchi un impiego decente che gli permetta di pagare l’ipoteca sulla casa.

Cade quindi a fagiolo l’offerta di sua zia Marta, che chiede al giornalista di occuparsi di un’ investigazione familiare molto delicata.
Pare infatti che la bis nonna di Guillermo, nata nel 1917 ad un certo punto della sua vita abbia abbandono suo figlio di pochi mesi e suo marito per seguire un fanatico comunista della rivoluzione.
Un’onta che ha macchiato la famiglia per sempre e che ha tramandato il tabù sull’argomento per generazioni.
E’ venuto il momento però di andare in fondo alla storia: Guillermo avrà il compito di indagare con la massima discrezione e scrivere un libro che dovrà consegnare in esclusiva alla zia entro Natale.

Apparentemente il lavoro sembra facile, di poco interesse e la paga ottima, 3000 € al mese per interessarsi di un giovane alternativa che stanca della vita borghese degli anni 30 abbandona tutti per scappare con un rivoluzionario.

Voi direte che in 1100 pagine ci deve essere qualcosa di più interessante di una scappatella tra una matta e un comunista… e infatti.

La vita di Amelia Garayoa si rivela ricca non solo di sorprese ma anche di drammi, perdite, decisioni, in un periodo storico estremamente complesso: la Guerra Civile in Spagna, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda. Praticamente tutto il programma di 5 superiore, Amelia l’ha vissuto in prima persona.

Ma andiamo con ordine

Amelia appartiene a una famiglia borghese di Madrid, la bellezza estremamente delicata e un carattere forte fanno di lei una donna irresistibile per la maggior parte degli uomini.
A 18 anni decide di sposarsi con un rampollo di ottima famiglia per semplificare i rapporti di lavoro che il padre stava cercando di ottenere con alcune persone influenti della città.
Già ci sono nell’aria i primi sintomi della Guerra Civile, restrizioni economiche, guerre di classe e le notizie dalla Germania in cui sta iniziando a instaurarsi l’odio razionale nei confronti degli ebrei, arrivano fino al Mediterraneo.

In questo clima caldo in crescita Amelia inizia a sviluppare un’avversione profonda per quanto le sta succedendo intorno e per il dittatore Franco. A poco a poco il suo odio si tramuta in operato, si schiera con un gruppo di comunisti ribelli apportando il suo contributo in segreto dalla sua famiglia.
Qui conosce Pierre di cui si innamora follemente che la convince a scappare con lui a Mosca abbandonando pargolo e consorte.

La svolta

Quello che Amelia non sa, è che il suo rivoluzionario in realtà è una spia del KBG.
Dal suo trasferimento in Russia, un po’ come gli eventi storici che seguono, la vita della ragazza è susseguirsi di episodi: il trasferimento a Buenos Aires, il ritorno Mosca, poi a Berlino, Parigi.

Amelia inizia a lavorare come spia per il servizio segreto esponendosi a rischi continui e man mano crescono le conseguenze: la detenzione, le torture da parte dei tedeschi, la militanza in squadre rivoluzionarie, l’internamento in un campo di lavoro.
Ad ogni ostacolo il pericolo cresce e il dolore si fa più forte per i danni subiti.
La vita di Amelia come spia e come donna è legata a diversi uomini a cui in un modo o nell’altro deve la vita.

Il lavoro di Guillermo, neanche a dirlo, si rivela sempre più interessante ad ogni scoperta. Costantemente sostenuto nelle sue ricerche, Il ragazzo ripercorre anche fisicamente le tracce della bisnonna attraversando, più volte, il globo per dar voce ai testimoni del tempo e far affiorare la vera storia di Amelia Garayoa.

La conclusione

Non voglio fare spoiler, perché è davvero un libro che raccomando, ma diciamo che ad un certo punto ho avuto il presentimento che finisse così, ma ovviamente fino all’ultima pagina il mistero non viene svelato.
Gli appassionati di romanzi storici troveranno in questo libro un validissimo strumento per sanare il loro appetito. La narrazione entra molto nei dettagli storici dell’epoca con riferimenti a fatti e a persone dando un inquadramento generale a tutto il contesto.
Se dovessi esprimere un parere in percentuale direi che per:

  • 80% mi è piaciuto e mi ha coinvolto fino all’ultima pagina
  • 10% ho trovato un po’ faticosa la parte storica soprattutto quella dedicata alla Guerra Civile spagnola, che per ragioni geografiche e di studio conosco pochissimo.
  • per un altro 10% ho pensato più volte che si potessero consistentemente ridurre le pagine del libro di almeno la metà. Concordo con alcune critiche che trovano la struttura un po’ ripetitiva.

Detto questo, mi sento di consigliarlo a chi ha un po’ di tempo e voglia di leggere una storia complessa, ma tristemente attuale, fare un ripasso degli avvenimenti del ‘900 fino alla caduta del Muro di Berlino, e in generale per i lettori appassionati.

Dime quién soy, non è solo un’affermazione, è una richiesta che ci fa la storia, attraverso le vicende di una donna: non dimenticare.

 

 

 

 

E niente… è imperdibile

Ho letto diverse recensioni prima di prendere in considerazione di leggere il libro di Michelle Obama. Quella cha mi ha convinto di più è quella di Valeria Palermi di D- la Repubblica:

Previsione facile facile: lo leggerete. Perché “Becoming” sarà il libro dell’autunno, e non solo in Italia: ovunque.

Non avevo mai letto una biografia prima, le ho anche sempre considerate un auto celebrazione un po’ ostentata, tuttavia se sei la prima donna di colore ad essere la First Lady per due mandati di un presidente nero, qualcosa avrai da dire.
Più di qualcosa in verità, a partire dal fatto lampante che sono 502 pagine.
La storia di Michelle Obama parte da lontano, dal South Side di Chicago in un quartiere popolare dove ha vissuto con la sua famiglia, senza possedere una casa di proprietà sopra l’appartamento dei vecchi zii.
Una ragazza sveglia, con un senso pratico estremamente spiccato e una domanda assillante che ritorna in tutte le fasi della sua vita: sarò brava abbastanza?

La risposta è sì. E’ brava abbastanza da rientrare in un programma privilegiato per studenti meritevoli, da andare al Princeton College prima, poi ad Harvard e accedere ad una delle Università di Legge più prestigiose di tutto il paese che conseguentemente danno accesso ad un prestigioso studio legale ai piani alti di Chicago.

Barack Obama fa la sua comparsa a metà del libro, in ritardo davanti alla scrivania di Michelle nello studio legale dove è atteso per fare il suo praticantato. Michelle è il suo tutor, il suo riferimento e quella con 3 anni di esperienza, lui una matricola ancora all’Università.

La storia che non conosciamo 

Il libro, oltre ad essere molto divertente, scorre molto veloce e getta una luce per me assolutamente sconosciuta su molti aspetti della vita presidenziale a cui non avevo mai pensato.

Che Michelle Obama fosse diversa dallo stereotipo delle First Lady sorriso/ammicco/stringo mani, era lampante, ma personalmente ignoravo completamente la sua storia: il fatto che fosse una donna in carriera, con un futuro avviato di tutto rispetto e una delle donne migliori nel suo percorso accademico.
Non ci sono mai, per fortuna, aspetti da Amici o c’è Posta per te: la ragazza povera ma intelligente che sposa il Presidente. Affatto.
La Famiglia Robinson, non è ricca ma non è povera. E non c’è mai per tutto il libro una sola inflessione che possa rassomigliare a “se solo avessi potuto”, “non ce lo potevamo permettere”. Per fortuna, perché il libro sarebbe piombato senza colpo ferire dall’originalità al becero.

Mai, e lo ridico perché secondo me è un concetto chiave per apprezzare il volume, c’è una tonalità di vittimismo. E stiamo parlando di una bambina prima e donna dopo nera, appartenente ad un ceto medio basso di minoranza etnica, che ha accesso negli anni ’70-’80 ad un livello di istruzione riservata al 90% a ragazzi bianchi.

La conclusione

Michelle Obama, qualunque sia il suo spessore politico è l’esempio di una donna che con le sue capacità è arrivata in alto. Senza tirarsi indietro.

L’arrivo alla Casa Bianca, gli 8 anni come First Lady arricchiscono il libro di spaccati insoliti e fuori dal comune di una famiglia che si trova improvvisamente sotto i riflettori di tutto il mondo, che non può guardare fuori dalla finestra e che per uscire sul balcone deve far sgomberare e bloccare un’intera strada.
C’è anche molto di più, il senso di responsabilità della nazione più potente del mondo, le gaffe epiche con la Regina d’Inghilterra e una soddisfazione di fondo che deriva dalla capacità di investire tempo e risorse in uno scopo in cui si crede con convinzione.

Non ho il metro di valutazione per giudicare l’operato del Presidente degli Stati Uniti, ma volendo guardare oltre, ho scoperto attraverso le pagine una donna forte, emancipata, testarda senza paura di esserlo.

Probabilmente è vero quanto afferma Io Donna in concomitanza alla pubblicazione del libro:

L’attesissimo memoir dell’ex first lady USA è già un fenomeno, ancora prima di essere in libreria.

Assolutamente da leggere.

 

 

Alte aspettative, sonore risate

Avevo delle aspettative molto alte nei confronti di questo libro, essenzialmente per due motivi:

  1. E’ il 50 libro che leggo dall’8 gennaio 2018, volevo festeggiare
  2. Con un titolo così…

Le risate sono garantite dall’inizio alla fine, battute sottili e non troppo, si alternano con vere nozioni su autori e opere.
Un libro davvero divertente, forse, ogni tanto un po’ forzato, ma chi non avrebbe paura di esagerare davanti a mostri sacri come Manzoni, Leopardi, Marquez…

Le illustrazioni che accompagnano ogni capitolo originali, per niente scontate completano perfettamente lo stile del testo.
Lo definirei senza dubbio un libro giovane, pensato per tutti ma in particolare per gli adolescenti sui banchi di scuola, e perché no per trasmettere loro la voglia di leggere anche attraverso l’ilarità.

Attenzione a non prendere per buono tutto quello che c’è scritto, o finirete per credere davvero che Il pescatore di “Il vecchio e il mare” si trasformi in Van Damme per strangolare a mani nude degli squali o che i “Promessi Sposi” sia la rivolta di un gruppo di invitati che decidono di far saltare un matrimonio in piena estate…

E’ un libro scritto a 4 mani da due nativi digitali, Francesco Dominelli e Alessandro Locatelli, grandi appassionati di libri, cinema, storia e soprattutto di Facebook, hanno fondato nel 2014 la pagina Se i social network fossero sempre esistiti che conta oltre 1 milione e 300 mila iscritti.

Un vero successo che riunisce follower da tutta Italia e una missione non indifferente: di avvicinare anche gli scettici al mondo dei grandi classici!

 

 

 

 

 

 

Primavera fatti avanti

Aprile non può che essere incantevole, sopratutto in Italia se vieni da Londra, come le protagoniste del romanzo, dove normalmente piove e fa freddo come a novembre.

Il profumo dei fiori esce dal libro, insieme alla primavera, all’amore e alla scoperta di un paradiso terrestre che ironia della sorte si chiama San Salvatore, di nome e nei fatti visto l’effetto benefico che elargisce ai suoi abitanti.

La storia

Mrs Wilkins è una signora timida, riservata che come le donne del suo tempo, parliamo degli anni ’20 è sottomessa al marito. Per lui manda avanti la casa, gestisce la spesa con parsimonia e rigore e tutte le faccende. Da parte sua Mr Wilkins è ogni giorno più convinto di aver sposato una donna inetta, poco intelligente a cui passa un tanto mensile per le spese quotidiane e per se stessa.

Un giorno, al Club letterario la donna fa la conoscenza di Mrs Arbuthnot, una signora se possibile ancora più austera e religiosa.
Le due, loro malgrado, condividono un sogno riposto in un annuncio appena uscito sul giornale del Club: fuggire da Londra per un mese in un castello in Italia, lontano da tutto soprattutto dai loro mariti.

Le due estranee si trovano ben presto a condividere lo stesso ardore di fuggire, ma le spese sono alte e devono ricorrere per pagare l’affitto di San Salvatore ad altre due donne: la bellissima Lady Caroline, figlia della nobiltà inglese e l’anziana e vittoriana Mrs Fisher poco incline a qualunque dimostrazione di affetto nei confronti del mondo.

La partenza

Le quattro donne, riescono a programmare la loro partenza raccontando mezze verità ai rispettivi mariti con il desiderio di ritagliarsi finalmente un periodo di isolamento personale, in quello che sembra essere un paradiso in terra.

E’ il primo aprile quando inizia la vacanza a San Salvatore. Di nome e di fatto perché le 4 donne non solo impareranno a convivere con le loro paure e i loro limiti ma sarà anche l’occasione per rivalutare tutta la loro storia personale, la loro vita familiare e prima di tutto quella coniugale.

Le donne alla fine si sa, la sanno lunga su tante cose e in quanto a padronanza di se, e riscatto non sono seconde a nessuno.

E’ un libro primaverile, che toglie da addosso il freddo dell’autunno con tanta voglia di novità, colori e fiori sul balcone.

Il finale, ammetto un po’ scontato o meglio prevedibile, ma questo non toglie la freschezza di questo racconto uscito per la prima volta nel 1922. Immagino la faccia della critica di allora davanti a questo testo, il primo commento deve essere stato sicuramente di irriverenza nei confronti della società di allora.

Forse anche per questo vale davvero la pena una lettura.

Invece bisognerebbe continuare (con dignità, naturalmente) a cambiare, per quanto vecchi si diventi. Non aveva niente contro il cambiamento, il maturare ulteriormente, finché si era vivi non si era morti, ovvio – perché cambiare e maturare sono, appunto, la vita.

 

Valutazione

 

 

 

Vivo, emozionante, educativo.

La guerra è un tema affascinante, c’è poco da dire. Per quelli come me che non l’hanno vissuta se non indirettamente rimarrà sempre difficile rispondere alla domanda, come si viveva durante il conflitto mondiale?

La speranza è di non trovarci mai a rispondere a questo quesito, ma limitarci a rispolverare i cassetti della memoria annebbiata dei nonni. Eppure c’è un che di affascinante nella vita di coloro che hanno vissuto la guerra in prima persona.

E’ così nella mia concezione e anche in quella di questo bellissimo romanzo Settembre può aspettare.

La trama

Rebecca è una studentessa giunta quasi al termine del suo dottorato universitario.
La sua tesi è dedicata a Emily Parker, un astro nascente della letteratura inglese nel periodo della seconda guerra mondiale, scomparsa nel nulla l’8 maggio 1955 durante la parata dei festeggiamenti del decimo anniversario della conclusione del conflitto bellico.
Le sue ricerche la portano a Londra, ad indagare come un vero Sherlock Holmes i motivi di questa sparizione così sospetta.

L’esperienza londinese non sarà solo l’occasione per indagare la vita di Emily Parker ma anche il momento di fare chiarezza sulla propria esistenza.

Le coincidenze non esistono, le cose succedono sempre per un motivo, anche se non hai la minima idea di come il caso intrecci i giunchi a formare le proprie reti.

Un libro bellissimo che si leggere facilmente tanto ci si prende a cuore l’ avventura di Rebecca di riscoperta del passato.
Allo stesso tempo un libro educativo che mette in mostra i retroscena di una guerra che a posteriori ha lasciato grandi danni non solo fisici ma soprattutto emotivi, sensibili.

Non il classico romanzo che pretende di insegnare, piuttosto un volume che fa emergere la fragilità umana in un’epoca davvero poco lontana da noi e per certi versi irraggiungibile:

[…] Ascoltandolo, ripensai a nonno Francisco, e riflettei che avevo davanti un uomo di un altro mondo. Un mondo fatto di guerra, miseria, farabutti e dei che stava per scivolare nel tubo di scarico della Storia.

 

Grazie a Il Libraio per avermi fatto scoprire questo libro.

 

Valutazione

 

 

 

 

Tra miti, leggende, Dei dell’Olimpo e talloni fallati

Chi ha chiuso la porta delle Scuole Medie più di 15 anni fa, forse ha un ricordo un po’ annebbiato di quella materia che si chiamava Epica.
Il poema epico: è un componimento letterario che narra le gesta di eroi o di un popolo, attraverso il quale si tramandavano le origini di una civiltà.

Per farla breve, Epica era quella lezione che iniziava imparando a memora i primi versi dell’Iliade:

Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei […]

Storie delle Storia del Mondo

E’ un libro che rientra nella categoria per ragazzi, ma lo trovo adattissimo a qualunque età.
Con il pretesto di raccontare ai due figli una storia, la mamma narra all’attenta prole le gesta dei famosi eroi greci a partire dal re Laomedonte fino al cavallo di Troia, facendo la conoscenza di Achille, Enea, Patroclo, Ettore, Menelao, Ulisse ed Elena.

Senza dubbio è un volume educativo che ha il pregio di riassumere la Storia e farla apprezzare al grande pubblico senza infarcirla di termini complessi e disorientanti.

Oggi probabilmente su qualunque canale YouTube si potrebbe trovare l’Iliade o l’Odissea spiegata in 5 minuti che con bellissimi disegni a progressione rapida mettono a confronto tutti i personaggi epici, ma leggere ha sempre il suo fascino e tornare indietro e poi rileggere e poi ripetete e tornare indietro chiedendosi per l’ennesima volta di chi fosse figlio Paride ha quel sapore antico che ha il suo perché.

Ho visto diverse recensioni di mamme che hanno letto questo libro ai figli di 6 o 7 anni o addirittura più piccoli; un modo sicuramente utile di trasmettere un argomento che i ragazzi troveranno a scuola e per dargli un’infarinatura tutt’altro che noiosa di uno dei temi più belli che incontreranno nel loro percorso di studi.

E allora con qualche reminiscenza scolastica vale la pena di salutare qualche personaggio come Ettore, che a me è sempre stato simpatico perché si chiamava come il mio benzinaio, che saluta Andromaca prima di abbracciare il suo triste destino:

Raccolse al terminar di questi accenti
L’elmo dal suolo il generoso Ettorre,        
E muta alla magion la via riprese
L’amata donna, riguardando indietro,
E amaramente lagrimando. Giunta
Agli ettorei palagi, ivi raccolte
Trovò le ancelle, e le commosse al pianto.   
Ploravan tutte l’ancor vivo Ettorre
Nella casa d’Ettór le dolorose,
Rivederlo più mai non si sperando
Reduce dalla pugna, e dalle fiere
Mani scampato de’ robusti Achei. 

faccio il pieno??

 

Valutazione

 

 

 

Un ragazzo selvaggio, un’ isola tutta per sé e gli ormoni in crescita.

Elsa Morante ci racconta la storia di un ragazzo che all’inizio del libro è poco più che un bambino: Arturo Gerace.

Figlio dell’italo germanico Wilhelm e di mamma procidiana che morirà dandolo alla luce. Arturo passerà gran parte della sua infanzia e adolescenza da solo con sporadiche apparizioni del padre sempre in viaggio.

Avendo a disposizione un’isola intera come parco giochi e nessuno a imporre dei limiti, Arturo cresce in maniera selvaggia: senza orari, senza un confronto con un coetaneo, ma pieno di desideri di esplorare il mondo e di combattere come uno dei personaggi dei suoi libri per arrivare ad accompagnare suo padre, idolo indiscusso ai suoi occhi.

La mia infanzia è come un paese felice, del quale lui è l’assoluto regnante! Egli era sempre di passaggio, sempre di partenza; ma nei brevi intervalli che trascorreva a Procida, io lo seguivo come un cane.

La situazione muta quando Wilhelm porta in casa la giovane Nunziatella, neo sposa.

Arturo è geloso delle attenzioni che il padre dedica alla moglie e se da un lato ripudia la donna, dall’altro inizia a sentire un’attenzione mai sviluppata per altro essere umano, femmina per giunta!

Il bambino delle prime pagine è ormai un adolescente che si trova a condividere, suo malgrado, la vita con la donna ormai incinta e senza il supporto del padre che prolunga le sue assenze.

All’arrivo del fratellastro però cambia radicalmente il suo rapporto con la matrigna.
Terrorizzato dal dolore del parto di quest’ultima, una volta fuori pericolo le confesserà tutto il suo amore non di madre adottiva, ma di donna di poco più grande di lui.

Anche il rapporto con il padre muta completamente fino a farne emergere la vera natura priva dei filtri della giovinezza che mettono in chiaro il vero personaggio.

E mi parve, adesso, una cosa stregata, questa realtà: che due testimoni, pure sconosciuti fra loro, e opposti, e remoti, si trovassero d’accordo su un’opinione che io, invece, mi accanivo tuttora a trattare come eresia.
– Tu – gridai,- non capisci niente, di mio padre!

Il linguaggio magistralmente adoperato rende la lettura estremamente piacevole, è impegnativo e personalmente a tratti un po’ pesante ma credo sia innegabile la bellezza dell’esposizione. E’ uno di quei libri che anche se non capisci niente vai avanti a leggere perché le parole stanno bene insieme.

E’ un viaggio difficile quello raccontato che abbiamo attraversato tutti, in modi differenti, per diventare adulti, prima di prendere il largo.

Ormai sapevo, con risolutezza estrema, che queste erano le ultime ore che passavo sull’isola; e che, il primo passo che avrei fatto oltre la soglia della mia camera, sarebbe stato andarmene via. Per ciò, forse, mi ostinavo a rimanere chiuso nella mia camera: per rimandare, almeno di qualche ora, quel passo irrimediabile e minaccioso!

 

Valutazione

 

 

 

 

Toscana con sorpresa.

Ho iniziato a leggere questa serie di libri dall’ultimo uscito: A bocce ferme, il motivo non lo so nemmeno io, per simpatia credo. A Bologna ho sentito spesso dire dopo una litigata furibonda tra soggetti che a bocce ferme, cioè dopo che era passata la rabbia, la ragione aveva preso il sopravvento. Mi sembrava piacevole revocare il capoluogo emiliano con tre parole che me lo ricordavano molto.

Peccato che Bologna non sia mai nominata, e le storie, tutte, si svolgano a Pineta, provincia di Pistoia e i protagonisti siano toscani 100%.
Poco male visto che il giallo in questione mi è piaciuto così tanto che ne ho letti altri 3 in due giorni:

  • La briscola in cinque
  • La battaglia navale
  • Il telefono senza fili

Massimo Viviani è laureato in matematica. Professione barista.
Complice anche la sua attività, si trova sempre a contatto con il pubblico e con le vicende che si snodano a Pineta, in particolare con gli omicidi.

Ogni libro infatti narra un delitto che si svolge in paese e che vede nei panni di investigatore non solo Massimo, ma un quartetto di ottuagenari che condividono con lui quotidianamente il BarLume.
Il linguaggio tipico toscano da un tocco di genuinità in più a tutto il racconto rendendolo, nel caso ce ne fosse bisogno, ancora più divertente e coinvolgente.
Intelligenti, a tratti irriverenti, originali e ben orchestrati i romanzi non stancano mai e viene quasi naturale finirne uno e iniziarne subito un altro senza soluzione di continuità.

I tratti distintivi dei personaggi fanno in modo che anche il lettore si affezioni e in un attimo eccoci tutti seduti al BarLume a guardare dagli sgabelli alti del bancone i 4 vecchi Sherlock Holmes e Massimo a servire la risoluzione del caso alla polizia.

Massimo Viviani entra a pieno titolo tra i miei personaggi preferiti a cui fare un saluto di tanto in tanto per andare a vedere che aria tira in paese.

E’ uscita una serie televisiva, edita da Sky, ma non ho ancora avuto voglia di vederla per non togliermi il gusto della fantasia nell’immaginarmi i protagonisti.

Consigliatissimi sotto l’ombrellone e perché no anche durante le fredde giornate d’inverno per rintanarsi un po’ al bar tra amici di vecchia data.

Valutazione

 

 

 

 

Insolito, ma non meno attraente.

Gianrico Carofiglio non ci racconta dell’avvocato Guerrieri, e neanche di un caso giudiziario. Ma non per questo il soggetto è meno interessante e la storia meno coinvolgente.

Antonio è un ragazzo torinese figlio di genitori separati, entrambi brillanti nei loro impieghi, il padre matematico preciso e brillante, la madre insegnante di filosofia.
A 12 anni, gli viene diagnosticata una forma di epilessia che lo costringe a vivere come in una bolla: niente più calcio, niente sudate, niente bibite gassate, niente che possa scatenare “episodi”.

Fino a quando il padre scopre a Marsiglia un luminare che accetta di visitare il ragazzo a cui raccomanda di vivere una vita del tutto normale con la promessa di rivedersi l’anno successivo per valutare i miglioramenti e sottoporlo ad un ultimo test, il più importante: rimanere sveglio per 3 giorni di fila.

Se il test viene superato anche la malattia può considerarsi tale.

A un anno di distanza il ragazzo e il padre con cui ha sempre avuto un rapporto conflittuale, partono per Marsiglia.
Il viaggio si rivela una vera e propria scoperta reciproca nel rapporto padre/figlio giorno dopo giorno, avventura dopo avventura.
Il linguaggio è sobrio, tenero, d’effetto in linea con la storia.

Credo che rappresenti molto bene la realtà di molti genitori: i figli che non parlano, i muri di gomma dell’educazione, lo scontro adolescenziale. Però getta anche un barlume di speranza a non mollare a cercare a discapito dei musi lunghi e dei “non ne ho voglia” un punto di incontro di dialogo in cui scoprirsi molto più simili, molto più familiari.

Ci sono occasioni in cui occorre parlare e non bisogna dare nulla per scontato. Poi ci sono occasioni in cui, invece, devi rimanere in silenzio perché nell’aria c’è qualcosa d’impalpabile e prezioso, e le tue parole potrebbero disperderlo in un istante.

 

Valutazione

 

 

 

Romantiche di tutto il mondo unitevi

Sei un tipo romantico, che al primo abbozzo di giornata grigia e struggimenti sentimentali sfoghi i tuoi malumori guardando: Nottingh Hill, Se scappi ti sposo, Two Week Notice? Allora questo libro fa al caso tuo.

Rivolto al 90% al pubblico femminile, è un libro per le innamorate croniche, quelle cresciute con i film di Hollywood per cui anche un amore impossibile diventa reale, per cui il Prince azzurro bello e inarrivabile si materializza ai nostri piedi, gli opposti molto opposti si attraggono e come nelle favole più belle tutti vissero felici e contenti.
Che ci volete fare, lo sappiamo che nella realtà non succede, ma ci caschiamo sempre.

Jennifer, eccellente avvocato fiscalista di una delle maggiori banche d’Inghilterra si trova a lavorare  con il suo più peggior collega Ian, un economista brillante nonché blasonato aristocratico richiestissimo da tutte le donne in età da marito.
Superati i primi aspri conflitti, tra i due nasce un amore calamita messo a dura prova dalle famiglie di entrambi: integralisti nobili da un lato, accaniti vegani e protettori di cause civili dall’altra.

Il libro è uscito nel 2012, e ricorda molto The Proposal,

il film con Sandra Bullok e Ryan Reynolds del 2009, altro capostipite immancabile nella lista dei miei 5 film da occhi a cuoricino nelle serata under pressure – affetto cercasi.
Scorre veloce e diciamocelo si intuisce dove va a parare fin da pagina 10, però ecco, anche quando guardi Julia Robert al secondo 5 di Pretty Woman sai che Richard Gere cadrà ai suoi piedi però 463,4 milioni di dollari di incasso non si fanno per caso.

D’altronde come diceva Sartre: Lo sai, mettersi ad amare qualcuno è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa.

Ma poi, come dicevo ci caschiamo tutte… dal precipizio? Forse anche.

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Storia di un’insolita pastorella milanese nei prati della demenza senile.

Chiara, alias Heidi, è una ragazza di 35 anni milanese che lavora nella mondo della tv. Nello specifico è una Casting Director, ovvero fa provini per programmi televisivi.

Di norma si tratta di depressi ad alto funzionamento che cercano solo di sfuggire al proprio destino esibendosi davanti a una telecamera. 
Una volta, per curare certe patologie si andava dal medico.
Ora si va in televisione.

Nel mondo frenetico del milanese lavoratore h24 non c’è spazio per altro che per il lavoro: si esce di casa col buio, si rientra con il buio, in mezzo solo lavoro.
A peggiorare la situazione c’è il capo, lo Yeti:

appena arrivato, all’inizio dell’anno il primo atto distensivo è stato quello di calpestare ogni progetto culturale in lavorazione, orientare i programmi sul trash demotivando autori, disgregando i gruppi lavoro, licenziando gente e scavalcando cadaveri.

Complice anche una ristrutturazione aziendale che minaccia licenziamenti ingiustificati quotidiani, la sopportazione è al limite. Ed ecco che arriva la botta finale: la chiamata dall’ospizio.
il padre di Chiara, affetto da demenza senile, lancia oggetti sul personale infermieristico, l’ospite non è più gradito nella struttura. Ovvero: se lo venga a prendere che sono affari suoi.

Heidi ciao! Ed eccoci giunti al punto: mio padre non mi chiama con il mio nome di battesimo da anni. A volte sono Barbara, la sua assistente storica al <<Corriere>>.
Più di frequente, invece, mi chiama Heidi.

Così inizia il calvario del reclutamento delle badanti costantemente inadatte, e l’arrivo come un faro nella notte di Thomas, alias Peter a risollevare la situazione medico-domestico-affettiva.
Nel momento lavorativo peggiore, quando tutti i dipendenti saranno chiamati a proporre format innovativi per risollevare le sorti aziendali, la nuova realtà in cui si trova a vivere Chiara sarà la chiave di volta per uscire dall’impasse. Il tutto farcito da caprette, pascoli di montagna e non manca la Signorina Rottermeier.

E’ un libro divertentissimo, originale, pieno di colpi di scena, sarcastico e allo stesso tempo educativo e profondo anche quando i dialoghi sono a colpi di battute. Ha la capacità di toccare una tematica attualissima senza appesantire, senza stancare.
E’ uscito il 14 giugno, quindi è “appena munto”, ma personalmente credo che senza fatica scavallerà le cime.

 

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Immediato sì, ma per nulla banale.

Avevo già segnalato il libro di Fabio Volo nella lista dei libri da leggere in vacanza , è la prima volta che leggo qualcosa di suo. Non so perché non mi aveva mai attirato, pensavo di essere fuori target, credevo che scrivesse storie tipo Tre metri sopra al cielo, adatto ad un pubblico sbarbi a cui io non appartengo più.
Poi a Natale mia cognata ha ricevuto il suo ultimo libro in regalo e mi ha fatto una critica molto positiva e per nulla adolescenziale dei suoi romanzi. Così mi sono decisa.

La storia è quella di Gabriele, 39 enne in carriera nel mondo della pubblicità che si innamora di una ragazza sposata, Silvia.
Gabriele non ha legami fissi, non è in cerca di una famiglia, né della stabilità. Silvia invece è spostata da anni con un figlio piccolo, una vita spesa per la famiglia e tanti sacrifici, prima di tutto quello della carriera come pianista.

Ho alzato lo sguardo e lei era lì, una delle cose più belle che abbia mai visto in tutta la mia vita. In quell’istante, ho avvertito una vertigine.
Non era una bellezza assoluta, immediata, abbagliante, era il mio tipo di bellezza.

Ecco: si conoscono così, su una panchina davanti ad un gelato. E la passione li travolge entrambi nello sconcerto di Lui, che scopre per la prima volta il significato di amare, e nella vita parallela di Lei di amante e amata forse come non accadeva da anni. I due entrano in una bolla, una gigantesca bolla sospesa da tutto, finché non iniziano le increspature e l’involucro si schiude, si rompe.

Le cose importanti iniziano quando tutto sembra finito.

Un libro veloce, immediato, un linguaggio chiaro e pensato che interpreta alla perfezione i sentimenti. Diretto sì, ma per niente banale.
Consiglio la lettura e il finale soprattutto, prima di andare in acqua, magari con il mare mosso: l’effetto onda in faccia rende alla perfezione senza troppe parole. Dopo, si torna a galla.

 

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Un commissario, una vendetta e una storia d’amore, forse due.

Mi affaccio a questo autore per la prima volta, grazie al suggerimento di un’amica che mi ha facilmente convinto scrivendomi: “adorerai il Commissario Mordenti”, con queste premessa mi sono detta che ne sarebbe valsa assolutamente la pena e poi tendo ad assecondare i consigli, letterari soprattutto.

“Pessime scuse per un massacro” fa parte, insieme ad altri 5 romanzi, della saga “Les Italiens” che racconta le vicende del Commissario Jean Pierre Mordenti. Purtroppo per scarsa disponibilità online non sono riuscita a partire dal primo libro, avrei voluto imparare a conoscere il Capo della Brigata Criminale di Parigi e la sua squadra un po’ per volta; avrebbe evitato di rendere il mio giudizio sul personaggio parziale.

Ad ogni buon conto la storia per farla breve come un verbale è la seguente: il Commissario Mordenti, viene spedito vicino a Fontainebleau dove hanno trucidato un pluridecorato Senatore della Repubblica, eroe della Resistenza, la figlia e la guardia del corpo. Si apre un’ indagine segreta e delicata portata avanti congiuntamente alla polizia locale, che nasconde una vendetta che risale ai tempi della seconda guerra mondiale.

Unici indizi sulla scena del crimine: una mitragliatrice del 1945, l’immagine ritagliata di due occhi di donna e la statuina di resina di Babar.

Al primo, si susseguono altri omicidi, sempre più macabri ma con gli stessi reperti sul campo.
Per capire il movente e il motivo occorre percorrere a ritroso la storia della Resistenza, dello sbarco degli alleati e delle deportazioni degli ebrei nei campi di concentramento.

Una storia nella Storia che non smette di stupire con una suspance in crescendo degna di un noir a regola d’arte.
Non manca l’amore, anzi gli amori. Uno complicato, a volte un po’ perseverante ma sincero. Credo che leggendolo tutte le donne avrebbero voluto almeno una volta nella vita un ammiratore determinato tanto quanto Mordenti alle prese con l’irraggiungibile Capitano Trang. Forse.
L’altro, antico, spietato e doloroso, è la chiave di volta del libro.

E’ un volume da leggere tutto d’un fiato per non perdere il filo, anche perché la trama è complessa e i nomi dei soggetti mutevoli, forse anche per questo l’autore ad un certo punto inserisce il celeberrimo spiegone che io personalmente apprezzo molto.

Mi piace riuscire a dare un volto ai personaggi dei libri, con qualcuno è più facile, con altri meno, me li fa sentire più vicini. Non sono riuscita a dare un volto a Mordenti: direi abbastanza giovane o almeno giovanile, sicuramente attraente e altruista, saltuariamente sboccato, mi sembra così di primo acchito uno che si prende delle sonore cantonate per le donne sbagliate. Per il momento me lo figuro a metà tra un simil Marco Giallini e il bagnino di Ceriale. Diciamo che siamo in fase di conoscenza, credo però che andremo a cena per un nuovo appuntamento quanto prima.

 

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E’ uscito fresco fresco il 31 maggio, come ha detto con un tweet la Sellerio:

“è uscito il nuovo Montalbano hanno fatto il governo. Se bastava questo potevate dirlo prima.”

Trovo assolutamente logico che un’istituzione come Camilleri esca, inconsapevole, lo stesso giorno in cui sono stati eletti i Ministri, e il fatto che io l’abbia terminato il 2 giugno è la perfetta conclusione della celebrazione di uno scrittore tutto nostrano. Sui politici purtroppo non possiamo avere la stessa garanzia di successo e lo stesso spessore culturale che ci assicura Camilleri, ma questa è un’altra storia.

La nuova indagine di Salvo non delude, come sempre.

Dopo le prime pagine, in cui bisogna riabituarsi al linguaggio, un po’ ostiche per chi come me viene dal profondo nord, in un attimo ti ritrovi a Vigata, anzi in questo caso in attimo ti ritrovi nel sogno di Montalbano.

Il “caso” parte subito quando Mimì, reduce da una fuga d’amore dal balcone, si imbatte in un cadavere nell’appartamento sottostante a quello dell’amante. A gambe levate si catafotte dal commissario nel cuore della notte per raccontagli quanto accaduto… da questo punto in poi il cadavere di Augello ci accompagna fino alla fine del romanzo e fa il paio con un altro morto, quello di Carmelo Catanalotti: uomo misterioso, strozzino, amante del teatro.

Sarà proprio quest’ultima sua passione ad occupare le pagine del libro.

Pare infatti che il Catanolotti, responsabile di una piccola compagnia di teatro amatoriale, ricercasse i suoi attori sottoponendoli a provini talmente realistici da tirare fuori da ciascuno la sua paura più recondita come un vero manipolatore o un sapiente psicologo in grado di liberare le emozioni più nascoste dei suoi personaggi.
E il palcoscenico rivelerà la chiave di lettura per risolvere il delitto.
Accanto ai personaggi più noti, fa la sua comparsa Antonia, la nuova responsabile della scientifica che avrà un ruolo del tutto nuovo nello sviluppo delle indagini condotte congiuntamente con più o meno professionalità dal Commissario…

Personalmente leggendo un nuovo romanzo di Camilleri, non mi chiedo neanche più se il libro mi piacerà oppure no. lo leggo a prescindere, certa che sarà un’immersione totale come quando vedi un amico che abita all’estero e si ferma a casa tua per il fine settimana.

Forse perché Montalbano è un personaggio che è entrato in famiglia,

tutti lo conosciamo per il suo amore per il cibo, per la Sicilia, per le donne, per i suoi modi d’altri tempi che abbiamo imparato ad apprezzare.  E lui ci ricambia con un dono eccezionale: la condivisione, per fortuna Montalbano ha il dono dell’obliquità!
Ed è bello avere la consapevolezza di trovarlo sempre lì, finché Camilleri ce lo consentirà in questa realtà sospesa, in un città che non esiste sulla carta geografica, incantato a guardare la bellezza del mare o davanti alle prelibatezze dei piatti di Adelina, di cui ti sembra di sentire l’odore.
Peccato che il fine settimana sia finito e domani sia lunedì, tutti torniamo alla nostra realtà, salutando Salvo fino al prossimo romanzo.

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Triste, anzi no, di più.

Ci sono 3 cose che non mi piacciono nel modo più assoluto 1.la gelatina, 2.il fegato, 3.gli uccelli.
Penso che se fossi obbligata, sotto tortura o morta di fame, potrei essere in grado di mangiare sia il fegato che la gelatina; ma mai e poi mai potrei trovarmi in una stanza chiusa a tu per tu con un volatile. Vivi, morti, impagliati, malandati, finti, in nessuna di queste accezioni potrei sopportarne la presenza.

Avrei dovuto farmi guidare dall’istinto e abbandonare l’idea di leggere un libro che riporta proprio nel titolo il nome di un pennuto. Tuttavia è un ebook di dominio pubblico e quindi è gratis, mi lascio tentare.
Per fortuna non è una dissertazione sul mondo alato, la capinera è solo la metafora per introdurre la storia triste di Maria: orfana di madre, costretta dall’età di 7 anni a vivere in convento, destinata a diventare suora.

A causa dell’epidemia di colèra che semina devastazione a Catania e prima di prendere i voti permanenti, Maria trascorre un breve periodo nella campagna siciliana con il padre e la sua nuova famiglia.
Il libro è narrato in prima persona dalla stessa Maria attraverso le lettere che scrive alla sua amica Marianna.
Qui, proprio come un uccello dopo lungo tempo in gabbia, riscopre la vita, i colori, i profumi, l’allegria e la felicità di trovarsi fuori, libera dalle costrizioni claustrali.

Tutto qui è bello, l’aria, la luce, il cielo, gli alberi, i monti, le valli, il mare! […] Benedetto colèra che mi fa star qui, in campagna! Se durasse tutto l’anno!

Purtroppo, perché sarà la sua grande rovina, si innamora del giovane Nino che le dedica attenzioni inaspettate e nuove. Ma la sua vocazione imposta le impedisce di dare seguito a questo sentimento, che si trasforma nelle successive 100 pagine da infatuazione giovanile a struggimento continuo e tortura massima.
La bella casa soleggiata lascia il posto alla clausura, ai capelli rasati in atto di penitenza perenne, agli abiti neri che fanno già presagire la morte.

Speravo davvero che ad un certo punto Nino sradicasse la grata del convento, trovasse un modo per impedirle di prendere i voti permanenti. Ma questo è Hollywood non certo La Sicilia del 1856, in cui tutto avviene per impostazione familiare, schemi prefissati, obbedienza forzata.

Ho confidato che Maria avesse un po’ di Gertrude (La Monaca di Monza), un po’ di superbia, di astuzia, di ribellione, trovasse una via di uscita, una porta segreta per fuggire.
Maria però è una capinera in gabbia che vede una porzione di cielo per cui sperare di vedere  una parte maggiore di creato, un’altra vita, è un peccato mortale un crimine di cui chiedere perdono.

L’amo! E’ un’ orribile parola! E’ un peccato! E’ un delitto!

Se fossi stata Marianna, avrei preso Maria per le spalle, l’avrei scossa fortissimamente e le avrei urlato con tutto il fiato: Ragazza svegliati!
Tuttavia tra noi ci sono 162 anni di storia e di emancipazione, anche grazie a Verga che denuncia le monacazioni forzate molto in voga allora.
Grazie Giovanni, a me il velo sarebbe stato malissimo!

 

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Storia di una resistenza, prima di tutto umana.

A guardarlo da vicino questo libro potrebbe essere riassunto semplicemente citando il titolo, a cui forse solo per mettere un’impronta aggiungerei il pronome personale: Io resto qui.

L’autore ci racconta una storia: quella di Trina, una ragazza che vive a Curon paesino del Sudtirolo, italiano solo per confini geopolitici, che studia per fare la maestra tra i monti della Svizzera e dell’Austria, i pascoli verdeggianti, il fiume e il freddo pungente d’inverno.
Ma la seconda guerra mondiale arriva anche qui ai limiti del mondo e lo stravolge.
Gli uomini sono costretti a partire per il fronte, Mussolini bandisce l’uso del tedesco in favore dell’italiano, che in paese non conosce nessuno, alle insegnanti locali viene proibito di praticare e le scuole austriache vengono soppiantate in favore di quelle italiane.
Trina è determinata e inizia ad insegnare nelle aule che vengono allestite in segreto nei fienili, nelle soffitte, dove i bambini possono imparare a leggere e scrivere in tedesco sotto la minaccia costante di essere scoperti e le insegnanti confinate in un posto sperduto del sud Italia:

in Sicilia in mezzo ai negri.

Trina intanto diventa donna, sposa, mamma di due figli: Marica, che scomparirà nel nulla a cui è dedicato un perenne ricordo affidato alle pagine di un diario, e Michael che da grande si arruolerà nelle file naziste perdendo per sempre il rapporto con il padre.
Quando la guerra bussa alla porta, Trina e il marito scappano sui monti in cerca di salvezza, a stretto contatto con la morte, la fame, la solitudine.
Si ritorna a casa, la guerra è finita ma non la lotta, a Curon sono ripartiti i lavori per la costruzione di una delle dighe più grandi d’Europa: il progresso, dicono, deve partire da questa valle.
Così coloro che non se n’erano andati prima o durante lo scoppio del conflitto bellico lo fanno adesso.

Ma non Trina, non Erich che guardano dal maso la collina che viene inghiottita dal cemento e dall’acqua, le case che vengono abbattute col tritolo, gli espropri forzati in casupole da 34 mq dove si trovano a vivere.
L’unica cosa che rimane a monito della violenza della Storia che fu è il campanile della Chiesa,

che sporge dall’acqua fino a metà della torre che da allora svetta come il busto di un naufrago sull’acqua increspata.

E’ un romanzo che ci racconta la perseveranza, quella umana: di vivere, di sperare, di temere, di credere, di resistere nonostante tutto.
Ripercorriamo pagina a pagina la vita di frontiera dei protagonisti come se fossero incastrati in un tempo che non esiste più, in un territorio che la Storia chiama Italia di cui nessuno si sente parte, con una lingua che non gli appartiene, in un’industrializzazione che non hanno mai cercato e mai voluto.
Un libro attualissimo che ci dà una prospettiva nuova su un capitolo tutto italiano molto triste, molto combattuto e ancora poco conosciuto.
Da leggere assolutamente per dar voce con la lettura a un mondo nascosto sotto l’acqua ma molto più in superficie di quanto si possa pensare.

 

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Ho fatto tante premesse in queste recensioni che ho scritto, alcune superflue. Questa però è d’obbligo.
Mi affaccio a questo libro a 18 giorni dalla scomparsa di mio papà, leggo il titolo e lo scelgo apposta, forse per trovare negli scritti di qualcun altro una spiegazione ad un evento completamente inatteso, forse per ricevere da chi c’è già passato una risposta ad una realtà che ancora mi sfugge, non realizzo. Non l’ho trovata.

E’ la storia di un uomo che ha perso la sua compagna, mamma di tre figli, lettrice instancabile, che si ammala e muore. Lui la cerca, la fa rivivere attraverso le stanze dell’ospedale dove non riesce più a trovarla, si perde. La cerca per anni nei gesti ripetuti che compie ogni giorno presentandosi tra le file dei malati, nei reparti di lunga degenza, tra i terminali oncologici, alla ricerca di chi non c’è più, senza essere in grado di dirle addio.
Poi a un certo punto la vita riprende, riaffiora, rinasce. Non dimentica, va oltre.

Così non è possibile. Tradisco non solo la mia vita, ma la sua, che era capace di non sprecarla, a qualsiasi costo, lei che ha insegnato soprattutto questo, a non arretrare, a non accomodare. Io devo andarmene, anzi dobbiamo tutti e due tornare al mondo.

Non sono in grado di esprimere un giudizio sul libro, non saprei neanche dire se mi è piaciuto, ma ha un potere molto forte, quello dell’esperienza. E’ un libro che va vissuto, io l’ho sentito nella pelle; in quelle stanze asettiche che odorano di disinfettante, nelle ore  che sembrano interminabili in attesa di un risultato, nella speranza di avere ancora un domani davanti con la presunzione dei sani di dire “poi lo faremo”, in un non luogo che è un mondo a parte dove si snoda la vita dal primo vagito all’ultimo respiro.

Ci vogliono strati, ce ne vogliono molti per andare avanti.

Ma la vita va avanti. Nonostante tutto. Nonostante noi, chi resta e chi parte dai due lati opposti della stessa banchina.

 

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Non ho mai fatto mistero di quanto mi piacciano i personaggi che “a volte ritornano”, ritrovo sempre con piacere l’avvocato Guerrieri di Carofiglio, il Commissario Montalbano di Camilleri, e non fanno eccezione il Maresciallo Santovito e Poiana di Guccini e Macchiavelli.

Il romanzo che si svolge sull’Appennino tosco-emiliano in un paese  dove la modernità è rimasta ai confini, non prende il cellulare e la vita si snoda in pochi angoli: al bar trattoria da Benito, nei boschi di Ca’ di Sopra e nell’ufficio dell’ispettore della forestale Marco Gherardini, per tutti Poiana.

La storia racconta di elfi: persone che vivono di e nella natura cibandosi di quello che viene dalla terra, lavandosi nei torrenti, e abitando in baracche abbandonate nei boschi in comunità autogestite pacifiche e rispettose. Sembra.
Sembra perché il bucolico paesaggio viene rovinato dal cadavere di un Ramingo a cui Poiana cercherà di dare un nome, una spiegazione e una giustizia.

L’Appennino non sarà come le Alpi, o le Rocky Mountains, ma ogni tanto, come tutte le montagne, richiede le sue vittime sacrificali, la vita di chi, in un momento d’orgoglio o d’incoscienza, si ritiene più forte di loro, e l’uomo, più forte dei monti, non lo è quasi mai.

Le indagini paesane si intessono con quelle internazionali in una fotografia che sembra non venire mai a fuoco, fino alla fine.
Il colpevole è celato, ben nascosto e inaspettato fino al penultimo capitolo e così il libro scorre veloce tra le tante storie che si intrecciano di paesani che abbiamo imparato a conoscere nei romanzi precedenti: Adùmas, Benito, la cucina di Adele e nuovi venuti.

I dialoghi diretti, sfiorano il burbero ma con quel fare genuino e sincero della gente di montagna dove il rispetto lo si guadagna con i fatti e le differenze di età sono solo un tagliando anagrafico a cui nessuno fa caso.

Spero non passi troppo tempo al prossimo romanzo, intanto mi godo ancora la scia del racconto guardando da lontano Berto che fa la sua deposizione:

Berto sospese il racconto per frugare in tasca e accendersi un sigaretta. Al primo tiro, un attacco di tosse.
<< Creperò, un giorno o l’altro>> disse quando si calmò.
<<dov’ero rimasto?>>

 

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Non c’è bisogno di valutare l’autore perché il Premio Pulitzer lo valuta da solo. E’ uno di quei libri in cui prima o poi ci imbattiamo tutti, forse dietro ai banchi di scuola o forse sbattendo sulla mensola della camera da letto, forse per questo non può passare inosservato.

La storia è semplice: un pescatore solo e anziano dopo 84 giorni senza aver pescato nulla, decide di prendere il largo alla ricerca di pesci. Qui si trova a combattere una lotta estenuante con l’animale più grande che abbia mai visto e a passare i successivi 3 giorni in mare aperto. La lotta con il Marlin che ha abboccato alla sua esca ovviamente racchiude molto di più di un rapporto uomo-pesce: è una scoperta, un reciproco rispetto dell’avversario, una lotta interiore tra il bene e il male e un esame di coscienza continua a cui tutti gli uomini sono chiamati a rispondere prima o poi. Sulla quella barca che via via va disfacendosi, nelle forze del vecchio che vengono meno, ci siamo un po’ tutti con le nostre fragilità, debolezze, ma anche con il nostro orgoglio e la voglia di rivincita.

E’ un libro saggiamente scritto con un linguaggio diretto, chiaro senza fronzoli. Mi trovo d’accordo con chi dice che questo libro appartiene ad un periodo buio di Hemingway ormai stanco, malato e depresso. Si sente tutto in questo volume, ma nonostante un pessimismo che aleggia non si può che apprezzare un capolavoro che va oltre ogni tempo.

Felice che mi sia caduto addosso mentre riordinavo la libreria.

 

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Un libro indispensabile e necessario. Come un perfetto bagaglio a mano

Due cose fanno, per me, di questo libro una bella lettura:

  1. Mi è stato regalato per il mio compleanno da un’amica, che il che già costituisce un valore aggiunto.
  2. Sono una fan del bagaglio a mano. Più dello zaino che del trolley soprattutto perché non lo devi sollevare in corrispondenza dei gradini.

Ad ogni modo, come spesso mi capita leggendo il retro di copertina, non avevo capito niente della trama del libro. A dirla tutta, avevo capito che fosse la storia di un giornalista che per fare un reportage in Corea era finito nelle “mani sbagliate” e si era ritrovato sepolto vivo, costretto a ripercorrere la sua vita sotto 2 metri di terra in una cassa da morto.

Diciamo che non avevo completamente travisato la trama, ma neanche centrato l’argomento… La cassa da morto c’è davvero, Romagnoli è davvero un giornalista, la Corea fa da sfondo a tutta la vicenda, ma il protagonista non finisce per caso sepolto vivo, ci finisce volontariamente.

Sembra che in Corea, visto l’altissimo tasso di suicidi, sia tristemente diventato di moda eseguire un rituale in cui il soggetto che intende porre fine alla sua vita, si affidi prima dell’estremo saluto ad agenzie altamente specializzate che ti permettono di similare la tua morte: ti preparano la cassa, ti fanno indossare un vestito senza tasche,

perché, come si dice a Napoli, “l’ultimo vestito è senza tasche”

ti fanno scrivere una lettera in cui puoi salutare 5 persone importanti per la tua vita e poi ti mettono dentro la cassa, ti seppelliscono e dopo alcuni minuti la riaprono riportandoti alla vita, in questo caso non bisogna neanche attendere 3 giorni prima di risuscitare.

A quanto pare questo processo ha notevolmente diminuito i tassi di suicidio perché la persona sembra rivalutare in questa “messa in scena” tutta la sua vita e quando torna alla luce, nel senso reale del termine, è rigenerato, rinnovato, pronto a considerare il tutto sotto una nuova prospettiva e ad abbandonare l’idea di terminare sua esistenza.

Romagnoli, vive l’esperienza e da qui nasce Solo bagaglio a mano, un libro che fa bene, che ti aiuta senza indottrinarti a valutare le cose per quelle che sono, a vivere le emozioni senza sovraccaricarsi di altro inutile e ingombrante, perché uno zaino è più che sufficiente a contenere quello che ti serve per un’esistenza piena.

Ho pensato che se importassi questo business in Italia chiamerei l’agenzia Lazzaro & co., anche per dare un po’ di compagnia al personaggio biblico che non ha mai potuto confrontarsi con nessuno sulla sua esperienza di rinascita, chissà cosa avrebbe da dire al riguardo.

 

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La guerra del Vietnam, una spia e un premio Pulitzer

In questo periodo ho due fissazioni: la Guerra del Vietnam e i Premi Pulitzer, non necessariamente in questo ordine ma poco cambia.
La Guerra del Vietnam, perché fa parte di un programma scolastico di quinta liceo che di solito si affronta alla fine di maggio, quando il vero spirito studentesco di passività esce allo scoperto e comunque di sicuro all’esame esce la Seconda Guerra Mondiale.
Poi qualche anno fa ho visto un film Frost contro Nixon che mette allo scoperto lo scandalo Watergate, ho capito il poter dell’inchiesta giornalistica, e ho iniziato ad appassionarmi.
I Premi Pulitzer, perché parto dal presupposto che se uno scrittore/giornalista ha guadagnato una delle riconoscenze più alte a livello mondiale per la letteratura, difficilmente ha scritto “io speriamo che me la cavo”, senza nulla togliere a un bel film degli anni ’90.

Così quando su Google ho digitato Vietnam + Pulitzer mi è comparso “Il Simpatizzante”.

Scritto dall’autore impronunciabile Viet Thanh Nguyen è un romanzo che parla della Guerra del Vietnam dagli occhi di una spia Vietcong infiltrata nei comparti sud vietnamiti.
Saigon è quasi caduta e un Generale della Polizia Nazionale sud vietnamita, con l’aiuto del suo Capitano, si imbarcano sull’ultimo volo messo a disposizione dagli USA per abbandonare il paese.
Il Capitano in realtà, è un agente segreto comunista incaricato di riferire sulle attività militari e sul controspionaggio del Vietnam del Sud.
Dopo un periodo passato in America, torna in Vietnam per sostenere, nel suo ruolo da spia, i compagni Vietcong.

Perfetta la descrizione che ne fa il New York Times:

«Un personaggio memorabile…con cuore e mente profondamente divisi. La mirabile descrizione che Nguyen avanza della personalità ambivalente del suo eroe ne fa uno scrittore degno di maestri quali Conrad, Greene e le Carrè».

La guerra è lo scenario della vicenda ma è allo stesso tempo un pretesto per toccare tante tematiche: l’accettazione sociale, i ruoli dei vincitori e dei vinti, del sogno americano che assume tinte sempre più sbiadite, di un’amicizia che va oltre i confini a discapito della vita.
Non entro nel merito del romanzo sotto il profilo storico, anche se si impara molto sull’attitudine vietnamita e sul dietro le quinte di un conflitto bellico che fatto 2 milioni di morti e martoriato uno Stato intero… per quanto intero sembri un termine un po’ forzato per uno Paese diviso a metà.

Se gli ingredienti per valutare un Premio Pulitzer, sono: chiarezza nell’esposizione, fluidità del racconto, sapiente uso delle parole sicuramente questo libro merita tutta la sua fortuna.
Un libro di spionaggio con la capacità propria dei grandi autori, di avvicinare il lettore alla Storia senza che se ne renda conto.
Peccato che non ci siano più esami scolastici, se ci fosse stata una domanda sulla caduta di Saigon adesso saprei cosa rispondere. Immagino che anche questo sia un insegnamento postumo che mi pare si chiami cultura personale.

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Premetto che un libro che riporta in copertina una (o più) montagne, difficilmente mi lascia indifferente. Sarà per il forte legame che ho con le cime, sarà perché è nel mio DNA. Quando poi scopro che il romanzo è ambientato sulle montagne piemontesi: il libro va letto!

Ha vinto il Premio Strega, di solito quando uno vince qualcosa è perché ha fatto bene il suo lavoro, oppure perché è talmente immanicato da salire direttamente sul podio senza passare per le valutazioni di rigore, ma lasciamo da parte i contenziosi sullo svolgimento dei concorsi all’italiana, perché questo volume scala la classifica senza dubbio per meritocrazia.

La storia, fin da subito si visualizza, forse per il linguaggio senza fronzoli, diretto; si snoda come un film.
Pietro è un ragazzino che vive a Torino scontroso e solitario figlio di due veneti trasferiti negli anni in cui la grande migrazione nostrana transumava verso il Nord Ovest meccanizzato e lavoratore. Il padre di Pietro ha un’unica grande passione: la montagna, l’unica fonte di colore in una città opprimente e grigia. Passa le sue serate a pianificare, a segnare e disegnare mappe delle sue prossime esplorazioni alpinistiche in cui poco a poco coinvolge anche Pietro.

Lo scenario cittadino cambia quando la famiglia scopre un piccolo paesino ai piedi del Monte Rosa che diverrà la meta della villeggiatura estiva per molti anni e il punto di partenza privilegiato per molte scalate. Un luogo in cui Pietro incontrerà un amico inseparabile: Bruno, burbero e montanaro fino all’osso ma dai sentimenti genuini e dall’amicizia sincera.
Il rapporto sempre più ostile con il padre, induce Pietro a smettere di seguirlo nelle sue sgambate in montagna, a tal punto che i due diventano estranei per molti anni; paradossalmente fino alla morte prematura e improvvisa del genitore che dà il via alla seconda parte del libro. Un lascito inaspettato guida il lettore in un riallaccio alle origini che si manifesta nella maniera più romantica possibile: attraverso la natura.

La riscoperta della montagna, la sensazione dell’acqua dopo una camminata estenuante, l’amicizia non intaccata dalla città, la meraviglia dei paesaggi descritti negli occhi di chi li ha sempre visti e non li ha mai veramente guardati.
Ad ogni pagina ti sembra di respirare la stessa aria o di vedere la vita del paese desolato con poche case all’ombra in cui si scorge il fumo dai camini anche ad agosto. E’ un libro che ti  proietta.

Finisce con due scomparse: un uomo e un paio di sci e soprattutto finisce con un dubbio che racchiude una speranza.
Da quando l’ho terminato ogni volta che metto piede in montagna, che per radici geografiche sono proprio quelle montagne, non posso che chiedermi, lo incontrerò?

 

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Un ragazzo decide di salire sull’albero e di non scendere mai più.

All’inizio tutti pensano che scenderà, che sarà solo un litigio tra padre e figlio, ma dopo qualche tempo la situazione non si risolve e Cosimo continua, per volontà propria a rimanere sugli alberi, prima intorno al giardino di famiglia e poi all’ esterno: nelle ville dei vicini ad Ombrosa e poi nei boschi. La vita è quella di un adolescente prima e di un adulto poi, con tutti gli annessi e connessi dell’età: amici, pregiudizi, amore, fregature, solo che tutto si svolge a 5 metri d’altezza.

Se la storia è sorprendente, il finale lo è ancora di più, vediamo un uomo ormai malato che non ha rinunciato alla sua vita aerea, arrampicarsi sull’albero più alto e poi innalzarsi dal suolo e… Vi ho già detto che non faccio la spia? No.. ecco non faccio la spia, vi racconto la trama ma non il finale, qualunque sussidio scolastico può giungervi in soccorso, anche wikipedia ovviamente. Ma Calvino lo fa meglio, se avete qualche ora da dedicargli:

La disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.

Questo libro fa il tris con “il visconte dimezzato” e “il cavaliere inesistente” nella raccolta “i nostri antenati”. Ciascuno porta una prospettiva diversa e fuori dal comune della realtà: strana, inusuale, inaspettata.

E’ un libro che di solito consigliano alle Scuole Medie, personalmente ritengo che sia, neanche a farlo apposta, un sempre verde. Uno di quei libri che leggi in qualunque età e che in ogni fase dell’esistenza assume un livello di comprensione differente, un monito da sfogliare ad ogni decade della propria vita, per vedere se è cambiato qualcosa…

Credo che qualunque adolescente, leggendo il barone rampante, abbia pensato: adesso scappo di casa e ci provo anch’io.. ripercorrendo in una mappa mentale tutti gli alberi attorno a casa propria. Io purtroppo avevo una quercia secolare, che in concomitanza alla fine del libro, è stata segata alla base per rischio crollo. Finiti gli alberi intorno a casa mia. Piano abortito ancora prima di partire.

 

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Forse si è già capito dai titoli riportati in questa breve lista: ebbene sì, ho una passione per gli avvocati, i marescialli e i commissari. Per tutti quei soggetti narrativi a cui è facile affezionarsi e che ritrovi in più libri, come incontrare una persona di cui hai un buon ricordo dopo tanto tempo. Sempre piacevole.

L’avvocato Guerrieri per me è così: nella sua Bari vecchia, a combattere con mostri più o meno reali, a tirare pugni al suo sacco, nelle sue passeggiate notturne pensando con affettuosi, non sempre, ricordi alla ex, ai suoi sbagli. Nevrotico e fragile, amante della buona musica, vagamente adolescente ogni tanto, ma maturo e completo. Uno giusto.
L’indagine, forse una delle più ambigue, riguarda un vecchio compagno di università di Guido, sempre primo ai concorsi e integerrimo giudice del tribunale, accusato di aver incassato 50.000 € da un malvivente per scagionare un detenuto. Il giudice si rivolge all’amico Guerrieri per la difesa.
Guido accetta l’incarico che si rivelerà pieno di non poche sorprese.

Ricco di emozioni anche grazie all’immancabile presenza femminile, sempre molto particolare nei libri di Carofiglio, è un libro veloce che sonda le pieghe fitte e inestricabili del sistema giudiziario italiano. Il confine tra il legale e l’illegalità a volte è solo un sottile scambio di vedute e punti di vista.

Scritto con il solito linguaggio di Carofiglio: duro, diretto a volte volgare ma sempre efficace, preciso, lucido, ben scritto è, a mio giudizio, imperdibile.
Non tutti apprezzano Carofiglio: io lo trovo eccezionale.
Va letto per andare a fare un saluto a Guido, un po’ più solo e un poi più triste che in altri raccolti, ma sempre guerrigliero. Anzi, Guerrieri.

 

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Felice Benuzzi nel 1941 è funzionario coloniale italiano ad Adis Abbeba, quando la città viene conquistata dai britannici e lui è catturato e inviato in un campo di concentramento alle pendici del Monte Kenia.

Dopo un lunghissimo periodo di nullafacenza, una mattina scorge tra le nuvole le guglie della famosa montagna e gli viene un’idea che cambierà per sempre la sua e la vita di due altri suoi compagni: fuggire, scalare il monte, issare la bandiera italiana e rientrare al campo, in due settimane.
I membri della spedizione iniziano i preparativi della fuga recuperando tutte le informazioni possibili da articoli, riviste e persino dalla latta della carne in scatola con il profilo della vetta.

Per ricavare gli strumenti indispensabili all’arrampicata vengono impiegati per lo più scarti per ottenere: chiodi, corda, zaini da montagna e ramponi.
Le provviste vengono comprate barattandole con i prigionieri e razionate per la durata totale di 14 giorni.

Il giorno prefissato i tre assegnano al tenente in comando un biglietto con le loro intenzioni e  fuggono dal campo, direzione: Monte Kenia.

Qui si apre l’avventura in un territorio inesplorato e selvatico, ma è soprattutto l’inesattezza delle informazioni in loro possesso che si rivelerà fatale, i nostri infatti arriveranno “solo” a scaldare la Punta Lenana dove isseranno la bandiera portata al petto e lasceranno un biglietto in una bottiglia a memoria perenne.
Tornati al campo e festeggiati dai compagni si consegnano per scontare la punizione di isolamento di 28 giorni. Ma l’impresa è storia.
Quella scalata è piena di valori: l’ingegno, il riscatto, la lucidità di compiere un’impresa tornando, dopo, al punto di partenza consci che ogni scelta porta con sé delle conseguenze.

Mi sento molto patriottica, ma non possono non provare orgoglio per quella bandiera lassù. Per chi ha risposto a quel richiamo delle vette così chiaro, e una volta in cima ha avuto il coraggio di guardare i compagni e dire: ‘Beh dai, ce l’abbiamo fatta! Torniamo in prigione.’

 

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Cosa tiene accese le stelle? La speranza

Quante volte ho sentito dire “non ci sono più i lavori di una volta”, “ai miei tempi..diverso”.. Ecco appunto una volta era diverso. Il succo è proprio questo.
Credo che se potessimo fare un’intervista virtuale agli uomini del passato, potremmo andare indietro fino a Neanderthal, e troveremmo sempre qualcuno insoddisfatto del tempo in cui vive. Per fortuna ad un certo punto retrocediamo a scimmie: senza linguaggio non c’è lamentela.

Il libro passa in rassegna tanti personaggi a cui è dedicato un capitolo: dai grandi scienziati che hanno scoperto farmaci salvavita, alla signora comune proprietaria della lavatrice negli anni ’50.
Un libro piacevolissimo, che sopratutto alla mia età quando tutto il mondo ti dice che “si stava meglio quando si stava peggio”, getta una luce nuova di speranza su un futuro di cui tecnologicamente conosciamo tantissimo, umanamente non sappiamo un gran chè.
Sappiamo che potremmo vivere su un altro pianeta, ma avremo un lavoro tra 10 anni? Questo non siamo in grado dirlo.
Le sfide affrontate da 100 anni a questa parte ci hanno portato a cambiamenti epocali, abbiamo conosciuto il boom economico, lo sbarco sulla luna, la lavastoviglie e la penicillina. Ma il passato è stato tutt’altro che semplice, si moriva di parto uso ridere, di polmonite e morbillo ancora peggio.

Ma dal passato si impara, non sempre, ma si può provare a campire che se prima ce l’hanno fatta, ce la possiamo fare anche noi, per arrogarci un giorno il diritto di dire ai nostri figli: “eh.. ai miei tempi”..

 

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