Burundanga

Storia di quando abbiamo perso di vista la luna.

La Burundanga è una droga che colpisce tutti gli strati sociali e gli individui senza distinzione di età, sesso, razza, etnia; in questo è molto democratica.

Il primo capitolo del romanzo ci proietta nel 2084 in un paese dell’Aspromonte in una realtà apocalittica in cui convivono essenzialmente due categorie di persone:

  • quelli che si fanno di Burundanga e stanno per diventare matti per la dipendenza
  • coloro che lo sono già, gli schizofrenici: che sentono le voci, parlano con persone inesistenti, schiavi di un circolo vizioso in cui hanno perso la loro identità.

All’estremo opposto emarginati dalla città vivono gli zombi: gli extra drogati, entità che di umano non hanno più nulla, assetati di sangue e carne, deambulano in cerca di persone di cui nutrirsi. Pericolo costante dei pochi cittadini aggrappati alla vita, vengono combattuti con qualunque mezzo: coltelli da cucina, spade giapponesi, fucili, pistole.
Il libro prosegue per i successivi 4 capitoli a ritroso ripercorrendo la vita di un padre e del figlio dal diffondersi della Burundanga fino al 2012 in un avvicendarsi costante di disperazione, agonia, droga e sangue.

Se vi state chiedendo se esiste un lieto fine, la risposta è no.

Se vi state domandando se ad un certo punto appare un barlume di speranza come un oasi nel deserto, la risposta è di nuovo negativa. Il romanzo è la quinta essenza dell’ apocalisse dall’inizio alla fine, ma non c’è nessun premio per i risorti, nessuna gioia eterna, nessuna ricompensa.
Obiettivo del libro è presentare una realtà distratta deturpata di tutto quello che rendeva la vita degna di essere vissuta, contaminata da una droga che promette esperienze paranormali ha condotto gli individui, tutti gli individui, a estraniarsi dalla vita a dimenticare i rapporti sociali, le amicizie per approdare su un non luogo di disperazione e solitudine.

Persino il linguaggio utilizzato nel testo, avvicina il lettore ad uno stato confusionale: ridondanze e ripetizioni costanti, caratterizzano ulteriormente i personaggi che tra l’altro non vengono mai chiamati per nome per aumentare il senso di distacco. Apro e chiudo una parentesi sull’editing del libro, perché se da un lato l’effetto loop delle parole è voluto, dall’altro mi viene il sospetto che il correttore di bozze si sia addormentato sul dizionario chiuso dei sinonimi o peggio ancora non l’abbia neanche aperto; sono abbastanza certa, a proposito di zombi, che i signori Devoto – Oli si siano rigirati più volte nella tomba.

Personalmente posso dire di non aver mai letto niente del genere,

da un lato perché gli zombi stanno al mio interesse più o meno come una pinguino ai Caraibi, dall’altro perché gli scenari disfattisti senza riscossa mi lasciano un senso di vuoto, io sto con i risorti, con quelli de “la fuga per la vittoria”, con Alex Zanardi (tanto per fare un nome), con Tom il costruttore della Cattedrale di Kinsbridge ( I pilastri della terra), insomma con chi ci prova anche se non vince.

Riconosco però che il libro è originale e passa un messaggio per nulla scontato: viviamo da automi, richiusi dietro ai nostri smartphone, assetati di esperienze fuori dal comune, perché quello che abbiamo non ci soddisfa, vogliamo altro fino a snaturarci completamente, fino a mangiarci, letteralmente o meno l’uno con l’altro, ai miei tempi si diceva “farsi le scarpe a vicenda” ma capisco che in questo panorama fermarsi agli arti inferiori non è sufficiente.

Forse una scia di luce in fondo al buio c’è: la luna,

appannaggio di tutti gli uomini del passato da Galileo fino ai giorni nostri ci traghetta all’ultimo capitolo del libro nel 2012, anno in cui “perdemmo di vista la luna”, forse con uno sguardo così degradato sul futuro possiamo ancora fare qualcosa per migliorare, allora riponiamo i nostri smartphone e andiamo a guardare le stelle!

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