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Premetto che un libro che riporta in copertina una (o più) montagne, difficilmente mi lascia indifferente. Sarà per il forte legame che ho con le cime, sarà perché è nel mio DNA. Quando poi scopro che il romanzo è ambientato sulle montagne piemontesi: il libro va letto!

Ha vinto il Premio Strega, di solito quando uno vince qualcosa è perché ha fatto bene il suo lavoro, oppure perché è talmente immanicato da salire direttamente sul podio senza passare per le valutazioni di rigore, ma lasciamo da parte i contenziosi sullo svolgimento dei concorsi all’italiana, perché questo volume scala la classifica senza dubbio per meritocrazia.

La storia, fin da subito si visualizza, forse per il linguaggio senza fronzoli, diretto; si snoda come un film.
Pietro è un ragazzino che vive a Torino scontroso e solitario figlio di due veneti trasferiti negli anni in cui la grande migrazione nostrana transumava verso il Nord Ovest meccanizzato e lavoratore. Il padre di Pietro ha un’unica grande passione: la montagna, l’unica fonte di colore in una città opprimente e grigia. Passa le sue serate a pianificare, a segnare e disegnare mappe delle sue prossime esplorazioni alpinistiche in cui poco a poco coinvolge anche Pietro.

Lo scenario cittadino cambia quando la famiglia scopre un piccolo paesino ai piedi del Monte Rosa che diverrà la meta della villeggiatura estiva per molti anni e il punto di partenza privilegiato per molte scalate. Un luogo in cui Pietro incontrerà un amico inseparabile: Bruno, burbero e montanaro fino all’osso ma dai sentimenti genuini e dall’amicizia sincera.
Il rapporto sempre più ostile con il padre, induce Pietro a smettere di seguirlo nelle sue sgambate in montagna, a tal punto che i due diventano estranei per molti anni; paradossalmente fino alla morte prematura e improvvisa del genitore che dà il via alla seconda parte del libro. Un lascito inaspettato guida il lettore in un riallaccio alle origini che si manifesta nella maniera più romantica possibile: attraverso la natura.

La riscoperta della montagna, la sensazione dell’acqua dopo una camminata estenuante, l’amicizia non intaccata dalla città, la meraviglia dei paesaggi descritti negli occhi di chi li ha sempre visti e non li ha mai veramente guardati.
Ad ogni pagina ti sembra di respirare la stessa aria o di vedere la vita del paese desolato con poche case all’ombra in cui si scorge il fumo dai camini anche ad agosto. E’ un libro che ti  proietta.

Finisce con due scomparse: un uomo e un paio di sci e soprattutto finisce con un dubbio che racchiude una speranza.
Da quando l’ho terminato ogni volta che metto piede in montagna, che per radici geografiche sono proprio quelle montagne, non posso che chiedermi, lo incontrerò?

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